Superare il senso di inadeguatezza

Tutto nasce dal mio peggior difetto: la permalosità. Ci provo da sempre a limare questa odiosa caratteristica, ma non è semplice. Di contro, ho molta forza di volontà e mi impegno per fare bene le cose, anche per non sentirmi dire da qualcuno che ho sbagliato qualcosa. Quando perciò mio figlio ha iniziato a mostrare comportamenti ribelli o comunque non corrispondenti al modello del “bravo bambino”, io mi sono subito sentita giudicata come genitore e, al contempo, ho messo in dubbio la mia capacità di educare.

Si tratta di un meccanismo perverso, che non fa che generare ansia da prestazione in mio figlio. Io mi sto impegnando davvero tanto per superarlo, anche se significa demolire alcune parti di me che io definirei strutturali. Perché se è vero che il mio essere permalosa mi rende spesso arcigna e perfezionista, è altrettanto vero che sono una persona leale, che tiene fede agli impegni costi quel che costi, che è sempre puntuale, e così via. Possibile che i miei pregi siano un problema per mio figlio? Sì, possibile.

In questi anni ho imparato una cosa: i figli ti obbligano a crescere e a superare i tuoi limiti. Il mio limite è sempre stato la paura del giudizio altrui ed eccolo là, voilà, un bambino con dei comportamenti al di fuori della norma, al di fuori dello standard, nel bene e nel male. Un bambino che porta le maestre a lamentarsi, che nei suoi momenti peggiori si attira addosso gli sguardi di riprovazione delle altre persone . Un bambino di cui il gruppo whatsapp dei genitori parla male nonostante sappia che tra i partecipanti ci sono anche io, sua madre.

Un bambino eccezionale, è vero, che nei suoi momenti di buonumore non puoi fare a meno di notare. Un bambino a cui chiunque, per strada, fa regali semplicemente perché attratto dal suo carattere o divertito dalle sue battute di spirito. Ma anche un bambino eccezionalmente nervoso, scattoso, irascibile, iracondo, così difficile da avvicinare quando non è proprio in vena.

E invece io ho sempre voglia di piacere a tutti. Io, la signora sorriso stampato in faccia, che detesto fare polemica, odio litigare a meno che non si tratti di litigare con le persone con cui ho un legame stretto, quelle con cui posso ricucire subito dopo. Può sembrare contraddittorio, ma ho sempre odiato questo tratto così diplomatico del mio temperamento, mi è sempre sembrato un limite più che una risorsa. Non sarà un caso se il mio compagno e le mie migliori amiche sono fieri combattenti sempre pronti a dare battaglia per le cause a cui tengono. Confesso che, a volte, ho fatto combattere loro al posto mio. Non ne vado fiera, ma l’ho fatto. Loro, del resto, sanno che se c’è bisogno di razionalizzare e trovare soluzioni realistiche ad un problema, oppure se c’è da intavolare una trattativa, io sono la persona adatta.

Insomma, non sono un fuoco che arde, lo riconosco. E allora cosa fa il destino? Mi consegna questo bambino che è solo fuoco. Tutto completamente rosso.

Piccola parentesi: il valore delle prove

Penso che le prove arrivino a chi è in grado di sostenerle. Eppure, in questi giorni di grande sconforto, fatico a trovare le risorse per sostenere il mio compito. Sento il peso della responsabilità, sento le mie gambe in una specie di palude che prova a portarmi giù, e a volte sarebbe così semplice andare giù, senza pensare più a niente. Sarebbe semplice perché mi pare di non vedere la fine di questo acquitrino. Non mi spaventano le sfide, nonostante il mio carattere diplomatico, io amo le sfide e a modo mio sono molto forte. Ma devo avere davanti il mio obiettivo, altrimenti mi scoraggio e perdo la motivazione. Ecco, in questi giorni di grande sconforto, ho perso di vista l’obiettivo. Qual è? Imparare a gestire la situazione a casa? Aiutare mio figlio a crescere più forte? Aiutare la scuola a trovare la chiave per gestire i suoi momenti negativi? Affrontare la psicomotricità nelle piccole conquiste e nei piccoli inciampi quotidiani? Sì, forse questi sono i micro-obiettivi, ma mi manca una visione d’insieme, il grande traguardo finale. Vorrei il lieto fine, sì, l’ho detto. Ma questa è la vita, e il lieto fine non c’è, è solo questione di vivere al meglio ogni giorno. Lo so, sto cercando di accettarlo, ma adesso mi pare di non averne la forza. Sono nella palude, e questa prova mi pare ingiusta. Mi sto facendo la più classica delle domande vittimiste: perché a me? La mia fede nel valore delle prove sta vacillando, non mi sento poi così certa che le prove capitino a coloro che le possono sostenere. Forse capitano a caso, estratte dal bussolotto della sfiga. Sì, forse sì, e accettarlo sarebbe come raggiungere la saggezza massima, quella delle persone anziane che hanno vissuto tutte le guerre di una vita prima di arrivare alla conclusione che, tutto sommato, la cosa importante è essere riusciti a non morire prima degli altri.

Ma, se lo accettassi, dovrei rivoluzionare il mio modo di vedere le cose, di affrontare i problemi, di sopportare il dolore. Forse lo farò e alla fine mi rassegnerò all’ineluttabile verità, ovvero che le cose possono capitare a chiunque e in qualunque momento, senza possibilità di controllare o prevedere nulla. Ma prima di arrivarci, voglio credere ancora un po’ che le difficoltà siano commisurate alla forza d’animo di chi le incontra. Perché se smetto di farlo, non so proprio come potrò uscire da questo mio momento “no”.

Ma veniamo al punto

Torniamo al problema sollevato all’inizio, ovvero quanto sia difficile superare il senso di inadeguatezza quando i comportamenti di tuo figlio sembrerebbero indicare una tua insufficienza nel compito di educarlo. In realtà, quando alla fine arrivi alla diagnosi di ADHD o iperattività, le nubi per un istante sembrano diradarsi. Per anni hai creduto di essere una pessima madre e all’improvviso ti rendi conto che non sei stata né migliore né peggiore di qualunque altra madre, sei stata sufficientemente brava come tutte le madri, hai fatto come ogni madre ciò che era nelle tue possibilità e non hai peccato in nulla. Arriva la diagnosi e quel peso che avevi sul cuore cade improvvisamente. Ne arriva un altro, ancora più grande, perché realizzi che il “problema”, anche se il termine problema davvero non mi piace, ce l’ha tuo figlio, ma questo è un altro capitolo.

So che è orribile anche solo pensarlo, ma io con al nostra diagnosi a metà (che dovrà essere confermata o smentita tra un anno) mi sono sentita ricompensata per tutte le volte che qualcuno mi ha detto che non sapevo dare regole, che non volevo dare regole, oppure che davo troppe regole, che ero anaffettiva, oppure che ero troppo affettuosa, che l’avevo mandato troppo tardi a scuola, oppure che ce l’avevo mandato troppo presto, che lavoravo troppo, oppure che lavoravo troppo poco, che avevo dato troppe poche sberle o che ne avevo date troppe, e potrei continuare per ore.

Sono una donna meschina, ma per me è stata quasi una rivincita. Una disperata rivincita senza nessun vero vincitore. Una rivincita non solo inutile, ma anche umiliante, perché sentirmi appagata per la possibilità di smentire tutte le voci petulanti ascoltate non ha fatto che confermare il mio eccessivo attaccamento a quelle voci petulanti, le stesse che mi hanno fatto tanto male.

Il giudizio non esiste se chi è giudicato non avverte il potere giudicante delle parole di chi giudica. O no?

Ma io lo sento, l’ho sempre sentito. A scuola, in famiglia, sul lavoro: io voglio essere quella brava ragazza che svolge il compito alla perfezione. Per me, fare i conti con una quotidianità familiare turbolenta, turbata da un piccolo quattrenne che mi urla contro cose orribili, che ho paura anche a ripetere, non è solo un’umiliazione, è una sconfitta.

Ma, e qui voglio tornare al punto iniziale, io voglio credere che le cose capitino sempre per qualche motivo, e allora credo che Alessandro sia la mia occasione per uscire dagli steccati in cui vivo, per superare me stessa e scoprire il mio lato nascosto. Mentre lo scrivo, mi accorgo che sto facendo ancora un altro errore: sto proiettando addosso a mio figlio le mie aspettative, lo sto caricando di un compito che non dovrebbe spettare a nessun figlio, quello di salvare il proprio genitore.

Mi accorgo che dovrei smettere anche solo di pensarci su. Dovrei sedermi ad aspettare il nulla, dovrei sedere e fare come gli anziani che hanno fatto la guerra, accettare e punto. Ma stasera fatemi credere che ci sia qualcosa anche per me in questa situazione. Fatemelo credere, siate clementi.

Signora, non è pronto per la scuola

No, non ce la faccio ad aspettare. Mi ero ripromessa di non scrivere neanche una parola su questo primo anno di scuola dell’infanzia finché non fosse iniziato il secondo presso il nuovo istituto, ma sono successe cose troppo importanti per non partire con il racconto.

Prima però vorrei spiegare, soprattutto a me stessa, il vero motivo per cui ho rotto solo oggi il silenzio stampa. Il fatto è che ho paura, una paura molto grande, quasi paralizzante, che qualcosa vada storto, di nuovo. Ho paura che non ci sia posto per Alessandro e i suoi comportamenti poco socievoli (per usare un eufemismo) nemmeno nella classe che lo accoglierà a settembre. Ho paura di sentire di nuovo l’ombra di quel giudizio addosso, quello che ci hanno proiettato addosso da settembre a giugno, e che non ha affatto aiutato nella nostra situazione, ma anzi ha peggiorato tutto. Il timore di non riuscire, l’ansia del fallimento (nostro, come genitori, e di Alessandro, come bambino) mi avevano indotto a rimandare a settembre, magari anche a ottobre, il momento del racconto dell’anno scolastico appena concluso. Volevo prima accertarmi che tutto filasse liscio, che il nuovo capitolo iniziasse senza intoppi. Poi però è arrivato il 24 giugno, due giorni alla fine della scuola, e ho capito che avevo bisogno di iniziare a sbrogliare la matassa. E inizierò proprio da lì, dalla fine, dal 24 giugno. Quando ho portato Alessandro in una scuola già quasi vuota, già molto calda, dove la sua maestra mi ha chiesto di fare una breve chiacchierata.

24 giugno

In tutti questi mesi, portare o prendere Alessandro a scuola ha rappresentato un problema. Sono entrata di solito con la testa bassa, per paura di essere riconosciuta dal genitore di qualche bambino morso dal mio (sì, perché Alessandro morde. Lui, che è capace di dire cose come “mamma sento il rombo di un motore in lontananza” o “non si intravede neppure l’ombra di un mostro all’orizzonte”, quando si arrabbia morde come il più primitivo degli uomini, con la bava alla bocca come un cane). Oppure per il timore del rimprovero delle maestre per qualche comportamento inappropriato di mio figlio, che in 9 mesi – mi è stato riferito con cura di particolari – ha lanciato, strappato, tirato, sporcato qualunque cosa. Da un po’ ha anche iniziato a non trattenere più i bisogni. Sì, sempre quel bambino che usa le metafore e che sa quasi leggere a 3 anni, se l’è fatta addosso ogni giorno per quasi 4 mesi. Non è stato cambiato dalle insegnanti o dalle bidelle neppure una volta, in 4 mesi. Non lo prevede il loro contratto, mi è stato spiegato.

Solo 4 giorni prima, il 20 giugno, la maestra mi ha contattato per raccomandarsi di lavorare sul “problema” nei mesi estivi. Ne ho approfittato per riferire che l’incidente – salvo rarissime eccezioni – si verifica solo a scuola, ed ha iniziato a presentarsi in particolare dopo che:

  1. Alessandro ha cominciato a passare la mattinata in una classe diversa dalla sua (un espediente usato per alleggerire la sua classe d’appartenenza e al tempo stesso per stimolare il bambino grazie al clima più sereno della classe ospitante)
  2. le bidelle si sono lamentate con lui di aver fatto uno schifo in bagno. Testuali parole (io ero presente): “Alessà, hai fatto davvero uno schifo”. Che per un bambino è come dire “la tua cacca fa schifo”, ovvero “tu fai schifo”.

La maestra mi ha ascoltata, ha anche mostrato imbarazzo davanti a queste mie osservazioni, ma la questione è finita lì, con me che prometto di lavorare sul “problema” a casa, d’estate.

Arriva il 24 giugno. Mancano due giorni alla fine della scuola. Negli ultimi 4 mesi le maestre non hanno mai avuto tempo di cambiare le mutande a mio figlio, ma una di loro ha trovato il tempo di scrivere una relazione alla dirigenza scolastica, un documento al quale io non avrò accesso se non – forse – dietro rilascio di una speciale autorizzazione da parte del preside. La maestra mi spiega che nel documento ha sottolineato i miglioramenti di Alessandro nel corso dell’anno scolastico. Gli episodi di aggressività sono diminuiti in maniera drastica, anche se occasionalmente si ripresentano. La capacità di concentrarsi sulle schede didattiche è aumentata e si dimostra più collaborativo. Al tempo stesso il bambino da segnali di insofferenza verso il tempo pieno, per cui si consiglia il tempo ridotto. Bene, sono sottolineature che reputo superflue a fine anno, ma mi importa poco. Quei concetti li ho sentiti e risentiti tutto l’anno, non so che senso abbia ribadirli a giugno, forse solo convincerci finalmente a metterlo in una classe a tempo ridotto, ma sono ormai vaccinata a quel genere di pressing psicologico. Ed invece è a questo punto che arriva la doccia fredda. La maestra prosegue: “E poi sa, signora, ho dovuto scrivere nella relazione che Alessandro non ha il controllo sfinterico.”

Non ci credo, sta usando quella scusa, proprio quella.

Provo a controbattere: “Maestra, deve essere qualcosa che è successo a scuola, forse una protesta, perché accade solo qui e poi da quando le bidelle…”

“Signora, non è mica detto che dipenda dalla scuola. Voglio dire che ne ho viste tante di storie simili che non dipendono dalla scuola, magari hanno origine in qualcosa che è successo prima, e poi Alessandro ha sempre avuto questo problema, no?”

Si sta riferendo ad una storia che le ho raccontato io, al fatto che togliergli il pannolino sia stato più difficile del previsto. Ma quando aveva due anni.

“Comunque, signora, senza controllo sfinterico – glielo devo dire per correttezza – in teoria non si potrebbe frequentare la scuola…”

Ho capito dove vuole andare a parare.

“Quindi, maestra, a settembre non verrà ammesso?”

“No, questo non lo so, però in teoria… Comunque voi lavorate sul ‘problema’ tutta l’estate e poi si vedrà. Signora, sono tutti segnali che ci dicono una cosa sola: Alessandro non è pronto per la scuola. Io questo glielo dico sempre per il bene del bambino, non mi fraintenda”.

Vado via, lasciandolo lì. Forse davvero non è pronto per la scuola, ma io lo lascio lì.

Forse invece la scuola non è pronta per lui, ma io lo lascio lì.

Forse in quella scuola vedono un bambino diverso da quello che esiste realmente. Ma io lo lascio lì.

Perché non ho altra scelta.

11 luglio

Inizia finalmente il centro estivo, organizzato dalla scuola dove Alessandro andrà a settembre. Non è ancora la nuova vita che attendiamo con ansia, ma almeno lui ha la preziosa occasione di familiarizzare con quella che diventerà la sua seconda casa.

I primi 3 giorni sono perfetti, ma non avevo nessun dubbio: lui adora e si lascia distrarre dalle novità. Il problema è la routine, accettare le regole, la socialità condivisa. So già che tutto questo, in un contesto di libertà poco strutturato come quello di un centro estivo, sarà difficile da gestire per lui.

Il quarto giorno, la maestra mi riferisce che ha morso dei bambini. Il settimo mi chiede un piccolo colloquio.

Mi reco a scuola con la coda tra le gambe. Vivo di nuovo tutto il campionario delle emozioni negative, dalla vergogna alla frustrazione, fino alla rabbia verso mio figlio e la sua incapacità di sottostare a delle regole, di rispettare gli altri bambini. Fuori scuola, vedo dei genitori e sento i loro occhi addosso a me, come se già sapessero che sono la madre del bambino che fa casino, che crea problemi, che morde i loro figli.

Ma poi arriva la maestra, che sorride, mi dice con delicatezza che è successo qualcosa di spiacevole ma al tempo stesso mi parla di empatia, di condivisione, mi fa vedere mio figlio per quello che è. Più serena e finalmente messa su un piano di parità , le spiego che lui ha una forte insicurezza che lo porta ad aggredire quando si sente aggredito, anche se magari l’aggressione è solo nella sua testa. Mi ascolta con interesse, mi dice allora che proverà ad encomiarlo per le cose che fa bene piuttosto che demonizzarlo per quelle che sbaglia.

A me risuonano nella testa soprattutto queste parole: “da settembre lo indirizzeremo…”. Pronunciate con il sorriso, con la serenità di chi ha la situazione sotto controllo. C’è una strada. Mio figlio è aggressivo con tutti, ma c’è una strada.

Mio figlio morde, è vero, ma c’è una strada.

Mio figlio reagisce in maniera brutale quando non è perfettamente a suo agio. Ma c’è una strada.

Questa strada porta da casa a scuola, e poi da scuola a casa. Non è vero (almeno spero, ma lo scrivo soprattutto per scaramanzia) che non è pronto per la scuola.

Esiste una scuola che saprà adattarsi alle sue necessità e che al tempo stesso gli insegnerà ad adattarsi al mondo, perché è questo che fa la scuola, è soprattutto una scuola di vita.

Con tutti questi bei pensieri nella testa, me ne vado al lavoro. La sera forse scoprirò che Alessandro ha dato altri morsi, o trasgredito ad altre regole, ma questo non mi farà sentire perduta come madre o arrabbiata con lui. Mi farà solo vedere la situazione per quella che è realmente: noi tutti, noi genitori e lui bambino, siamo nel mezzo di un percorso che ci porterà, presto o tardi, a trasformare la sua aggressività in energia positiva.

Come è andata a finire la storia dell’incontinenza

Che ci crediate o no, Alessandro ha smesso di avere i suoi incidenti a scuola esattamente il 20 giugno, il giorno in cui la maestra mi ha contattato. Forse le ha voluto dimostrare che si sbagliava.

Che ci crediate o no, al centro estivo non ha avuto nessun problema con il bagno, nonostante ci passi ancora più ore che alla scuola dell’infanzia.

Forse è finita la sua protesta viscerale, quella con cui ha voluto dimostrare non tanto di non essere pronto per la scuola, ma di non voler avere più niente a che fare con quella scuola. Proprio quella, solo con quella spero (e continuo a scriverlo per scaramanzia, perché in fondo mancano ancora due mesi a settembre).

Montessori a casa… di un bambino vivace

Ci sono almeno due pregiudizi in Italia sul metodo di Maria Montessori, e per assurdo sono l’uno l’opposto dell’altro. Il primo è che il metodo Montessori lasci il bambino libero di fare ciò che gli pare. Il secondo è che invece lo imbrigli in una serie infinita di regole e comportamenti schematici.

La verità, ovviamente, non sta in nessuna di queste due versioni e mi dispiace che proprio nel paese che ha dato i natali alla dottoressa Montessori ci sia stato questo enorme fraintendimento su un metodo rivoluzionario come il suo. Ma nemmeno io, del resto, ne sapevo nulla prima di avere a che fare con la vivacità, l’esuberanza e il carattere ribelle e peperino di mio figlio Alessandro.

Premessa numero 1: il metodo Montessori lascia il bambino libero di agire fino a quando non arreca danno a se stesso o agli altri. Il bambino perciò potrà scegliere liberamente la sua attività, ma non potrà ad esempio lanciare i giocattoli addosso agli altri bambini. In quel caso, un adulto dovrà intervenire ristabilendo la disciplina.

Premessa numero 2: il compito dell’adulto non è quello di suggerire al bambino cosa fare, ma di osservare il bambino e predisporre l’ambiente per far sì che egli abbia il materiale di cui ha bisogno in quel particolare momento della sua vita. Se ad esempio un bambino attraversa un periodo in cui è particolarmente affascinato dal movimento, sarà compito dell’adulto mettere nei punti in cui il bambino può arrivare dei sostegni per sollevarsi, per muovere i primi passi o per arrampicarsi in sicurezza.

Il metodo Montessori nasce per essere applicato nelle scuole (le cosiddette “case dei bambini” montessoriane), anche se – ahimè! – le scuole italiane non lo fanno quasi mai. Nulla vieta comunque di applicare il metodo anche a casa, compatibilmente con gli equilibri e le esigenze della famiglia.

Il metodo Montessori ha contribuito a cambiare in meglio la nostra quotidianità. Ma partiamo dal principio.

Alessandro aveva 3 anni e, come tutti i bambini, la sua cameretta iniziava ad essere sommersa di giocattoli, nonostante qualche tentativo – devo ammettere poco energico – di limitarne l’acquisto. Fin qui, tutto regolare. Il problema è che Alessandro non utilizzava minimamente i suoi giochi, se non per lanciarli durante le sue sfuriate o i capricci. Ad un certo punto, un po’ per ripicca e un po’ per necessità, ho iniziato a far sparire tutto ciò che lanciava. In pochi giorni, la nostra casa si è svuotata ed è tornato l’ordine. Il primo passo è stato perciò quasi frutto del caso.

Nel frattempo, ho iniziato a notare che Alessandro utilizzava per giocare la sua fantasia e alcuni oggetti della vita quotidiana (cucchiai, occhiali da sole, ma anche sassi e bastoncini presi in giardino), oppure oggetti legati al travestimento (il casco da pompiere, la torcia da operaio, lo zaino da esploratore). Non sembrava minimamente dispiaciuto per la scomparsa degli altri giocattoli, anzi lo spazio a disposizione pareva stimolare maggiormente la sua immaginazione. Ma, per il momento, le mie erano solo piccole intuizioni, mentre nel frattempo la vita scorreva e non c’era tempo per pensare a cosa stesse accadendo.

Dopo qualche mese, dalla scuola materna sono arrivati i primi richiami sul comportamento di Alessandro e la maestra ha richiesto una verifica sulla capacità di attenzione e di concentrazione di mio figlio, lamentando il fatto che a scuola si rifiutasse sistematicamente di svolgere le schede didattiche. La nostra psicologa ci ha consigliato di stimolare maggiormente la sua concentrazione con delle piccole attività semplici e rilassanti, come ad esempio la pasta di sale o il didò.

Non ricordo come, ma ad un certo punto cercando su internet ho scoperto i giochi sensoriali (sensory play), ovvero giochi basati esclusivamente sulla manipolazione di materiali poco sofisticati, spesso di origine naturale, come la farina, l’acqua, la schiuma, il riso colorato e la stessa pasta di sale. In quei mesi ero a casa in maternità per la nascita del secondo figlio, perciò ogni giorno riuscivo a preparare un materiale che Alessandro trovava sul suo tavolino al ritorno dall’asilo. L’ambiente, privo ormai di giocattoli, non offriva distrazioni e io cercavo di accompagnare Alessandro alla sua attività e poi di dileguarmi per abituarlo a giocare da solo. Ricordando quello che anni prima mi aveva detto una mia amica educatrice, ho iniziato a circoscrivere ogni attività all’interno di un vassoio o di un contenitore, ad esempio una bacinella, in modo che Alessandro fosse in qualche modo costretto a restare nel confine che gli stavo proponendo. Però non c’era alcun tipo di costrizione, non ero mai io a dire ad Alessandro cosa fare, mi limitavo a fargli trovare il vassoio dove lui poteva vederlo.

Un po’ alla volta, ho inserito anche vassoi con attività di altro tipo, ad esempio carta da tagliare, adesivi da attaccare e così via, non perché mio figlio dovesse imparare qualcosa (anzi, come recita il titolo di questo blog è sempre stato fin “troppo sveglio”), ma piuttosto perché scoprisse il piacere di lavorare soffermandosi sui suoi gesti.

Vassoio del ritaglio

Incredibilmente, la cosa ha iniziato a funzionare. Oltre a gradire moltissimo la manipolazione e la scoperta di questi materiali e ad usarli con creatività, ha iniziato a passare qualche minuto da solo, senza distogliere l’attenzione dal gioco.

Presa dall’entusiasmo di questa scoperta, ho continuato a leggere e a informarmi su internet, venendo poco dopo a a sapere che il mondo dei giochi sensoriali e dei cosiddetti “open ended play” (giochi senza uno scopo preciso, condotti in tutto e per tutto dai bambini e dalla loro fantasia) si intersecava con il mondo Montessori. Non perché li avesse inventati lei, ma perché facevano parte di uno stesso universo, basato sull’osservazione e sul rispetto del bambino piuttosto che sull’imposizione da parte dell’adulto.

Da lì a scoprire e approfondire cosa fosse il metodo Montessori, il passo è stato breve. Ho anche svolto un corso online per genitori, tanto per essere davvero sicura di aver imboccato la strada giusta.

Ma era la strada giusta, più passava il tempo e più me ne convincevo.

Per prima cosa, la cura maniacale dell’ambiente spingeva noi tutti ad essere più ordinati, e l’ambiente meno caotico favoriva non soltanto la concentrazione, ma anche la calma.

Inoltre, avere poca scelta nelle attività da fare induceva Alessandro ad usare maggiormente il materiale che aveva a disposizione, invece di ignorarlo sistematicamente come faceva quando la sua stanza era piena di giocattoli.

Proponendo poche attività o pochi giochi alla volta, e facendoli ruotare spesso, abbiamo iniziato a capire cosa gli piacesse e cosa no, rinunciando ad esempio a fargli fare i puzzle, che, oh sì! ci erano sempre sembrati così intelligenti, ma che proprio non facevano per lui.

Suddividendo le attività per tema (lo scaffale della matematica, lo scaffale dell’astronomia, lo scaffale dei materiali sensoriali e così via), anche Alessandro ha iniziato a classificare i suoi oggetti e ben presto ad essere molto più ordinato, a sistemare i suoi oggetti con cura come non gli avevo mai visto fare. Era come se l’ordine esteriore avesse iniziato a proiettarsi nella sua interiorità, aiutandolo ad organizzare le sue cose anziché lanciarle tutte alla rinfusa.

Scaffale della matematica

Ma il metodo Montessori a casa non investiva solo la sfera del gioco. Gradualmente, abbiamo cambiato i nostri punti di vista e modificato il nostro comportamento, imparando a rispettare i tempi dei bambini.

Nel metodo Montessori, l’obiettivo non è quello di lasciare il bambino libero di fare come gli pare, ma di aiutarlo a sviluppare la sua autonomia. Questo ha significato adottare alcuni piccoli accorgimenti in casa, come ad esempio mettere un piccolo appendiabiti accanto alla porta, far usare ad Alessandro (ed oggi anche al suo fratellino di un anno) uno dei due bidet come un piccolo lavandino alla sua altezza in cui lavarsi il viso e i denti, spronarlo a scegliere da solo i suoi vestiti mettendoli nel cassetto più basso. E anche per strada: aspettare che termini di osservare ogni piccolo dettaglio come piace a lui piuttosto che spronarlo a fare in fretta come piace a noi adulti, e così via.

Bidet usato esclusivamente come lavandino in miniatura

Sono già molti mesi che la nostra casa si è trasformata per accogliere alcuni degli insegnamenti Montessori. Ogni tanto il caos torna a regnare, magari non sempre abbiamo il tempo di predisporre l’ambiente in maniera ortodossa, ma il cambiamento di prospettiva si continua a sentire e continua a dare i suoi frutti, per cui indietro, ormai, non si torna più!

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Quando abbiamo deciso di andare dalla psicologa

Dopo ben due anni di colloqui con Letizia, la nostra psicologa di famiglia, ho scoperto che il percorso intrapreso si chiama parent training. Un nome interessante e sicuramente più alla moda per dire “supporto alla genitorialità”. A me piace dire semplicemente che andiamo dalla nostra psicologa, ma io sono all’antica.

In questi 4 anni alle prese con un bambino impegnativo (e anche, perché non dirlo, con la nostra inesperienza), abbiamo fatto tantissimi incontri fortunati. Persone che ci hanno dato un punto di vista autorevole sulla nostra situazione, persone che hanno mostrato empatia nei nostri confronti, che hanno cercato di non farci sentire soli. Letizia è stata uno di questi incontri fortunati.

Ecco come è andata.

Attorno ai 2 anni e qualche mese di mio figlio, ho iniziato ad avere il sospetto che i suoi capricci non fossero esattamente nella norma. Ok i “terribili due”, ma vederlo urlare, lanciare oggetti e picchiare la sua mamma anche per tre ore di fila, prima di crollare tramortito, forse denotava qualcosa di più di “un bel caratterino”.

Dopo qualche mese di inutili ricerche sui forum, di inutili letture di libri di pedagogia e di inutili richieste di consigli a chiunque sembrasse interessato a darmene (penso di aver chiesto lumi anche alla gente in fila al supermercato, in quel periodo), ho deciso che ne avevo abbastanza. Mi sentivo frustrata, sola, una mamma fallita. Ho persino dato la responsabilità al mio lavoro, decidendo di prendere qualche giorno di congedo parentale per passare più tempo con lui e sentirmi meno in colpa. Ma niente sembrava portare alla svolta che desideravo. Alessandro manifestava un disagio che non riuscivo bene a capire e ad accogliere. Spesso i suoi atti di insubordinazione – perché più di qualche volta erano solo questo: sfide alla nostra autorità – finivano con la domanda ansiosa: “mamma, sei felice?”. Ci leggevo tanta sofferenza per un comportamento che tuttavia gli risultava davvero inevitabile. Lo vedevo agitarsi per qualcosa che aveva dentro e non riusciva a tirare fuori.

Stop, mi sono detta. Parliamone con qualcuno. Ho richiesto un colloquio al nido e l’educatrice ha gettato alcuni fasci di luce su mio figlio. Ha accolto me e Federico, ci ha fatto sedere su due sedioline basse e ci ha raccontato chi fosse Ale al nido. Un bambino eccezionalmente sveglio, davvero avanti, con qualche piccola difficoltà a capire i ruoli. “Crede di essere un adulto, anzi lo dice proprio: io sono l’adulto e decido le regole”. Ci disse anche che faceva fatica ad entrare in relazione con i coetanei e che era infastidito quando qualche bambino invadeva il suo spazio. Ci consigliò di migliorare nella nostra capacità di contenerlo e ci diede un numero di telefono. Era il numero di Letizia.

Il colloquio con l’educatrice del nido è stato importante per due ragioni. Ci ha permesso di entrare in contatto con Letizia, questa la prima ragione. La seconda è che in quell’occasione Federico ha finalmente preso coscienza del “problema”. Problema è un termine forse esagerato, diciamo che ha capito che i capricci di Alessandro erano di un’intensità un po’ superiore alla media e che dovevamo imparare a gestirli meglio per consentire a nostro figlio di crescere in maniera armoniosa.

Ma Letizia resta la ragione più importante, perché è stata lei a darci gli strumenti per uscire dal vortice che si era creato intorno a noi (capriccio-punizione-frustrazione-altro capriccio).

Dopo il primo colloquio, ha inquadrato subito la situazione: ci trovavamo di fronte ad un bambino molto dotato e per questo impegnativo. Un bambino con una grandissima energia che andava incanalata e contenuta, evitando che diventasse distruttiva. Un bambino con delle antennine sempre in ricezione, che a volte andava in confusione per questo eccesso di stimoli e informazioni. Il nostro compito era di fare meglio e senza tentennamenti quello che in fondo avevamo cercato di fare fin dalla sua nascita: adattarci a lui cercando al contempo di dargli alcune regole granitiche. Poche ma buone. Sempre le stesse e molto semplici. Alla fine, i comandamenti davvero importanti erano solo tre:

  1. Noi siamo gli adulti, tu sei il bambino
  2. Non si picchia: è inaccettabile
  3. Non si lanciano gli oggetti: è inaccettabile

Tutte le altre regole minori della nostra casa sarebbero rimaste: lavarsi le mani, lavarsi i denti, mettere a posto, mangiare a tavola, ma ci si poteva arrivare per vie traverse, ad esempio attraverso i complimenti al bambino. Diciamo pure che la buona educazione non costituiva un problema. Alessandro è sempre stato molto attaccato alla routine, per cui muoversi all’interno di un piano di regole prestabilite di quel genere non ha mai rappresentato un problema. Il punto di rottura veniva raggiunto invece quando perdeva il controllo e la calma (per un motivo qualsiasi, dal salmone non di suo gradimento all’assenza del suo cartone preferito) e diventava aggressivo e provocatorio nei confronti di chiunque gli capitasse a tiro, in particolare noi genitori. Significava che, in una fase di stanchezza, poteva picchiare un bambino senza motivo, oppure lanciarmi i suoi giocattoli. E se veniva sgridato per il suo gesto, poteva continuare a farlo ancora e ancora, senza nessun limite, senza provare nessun tipo di dispiacere o timore di fronte al rimprovero o alla punizione. Ma rimproverarlo e punirlo era l’unica strada che conoscevamo. Non funzionava, ma non avevamo altra scelta. Se nostro figlio sbagliava dovevamo intervenire come avevamo visto fare centinaia di volte ai nostri genitori o ai genitori di tutti gli altri bambini, sgridando e punendo. Solo che non funzionava, dannazione.

Letizia ha spezzato questa catena. Ci ha spiegato che il nostro atteggiamento sereno poteva trasformarsi in un argine all’energia vulcanica del nostro bambino, per cui la cosa più immediata da fare, di fronte alle esplosioni di lava e lapilli, era di ritrovare la calma, di “sentirsi calmi”, nel profondo.

Altra cosa da fare: avremmo dovuto tendere le mani avanti, impedendo al bambino di colpirci e spiegando che le botte sono inaccettabili. Non serviva a nulla fuggire di fronte alle sue botte (come avevo fatto io, chiudendomi in bagno solo per essere inseguita da un incontenibile bamboccio forzuto di 2 anni), né stringerlo forte per aiutarlo a ritrovare il suo limite (come aveva fatto Federico dopo averlo letto in un libro). Non serviva fingere che non esistesse, né minacciarlo di buttargli i giocattoli (quante finte buste della spazzatura ho preparato, in quei mesi…). Bisognava restare calmi, schermarsi con le braccia in avanti e provare a restituirgli un’immagine delle sue emozioni, in modo che riuscisse ad elaborarle: “Lo vedo che sei arrabbiato, è successo qualcosa?”.

Il cambiamento è stato immediato, nel giro di un mese la situazione è migliorata tantissimo sia a casa che al nido. Probabilmente è bastato ritrovare la fiducia nel nostro ruolo per far sentire anche il bambino più al sicuro, meno esposto ai suoi accessi d’ira. Nel frattempo, Letizia ha continuato a darci delle strategie di sopravvivenza, senza mai dimenticare di sottolineare come fossimo fortunati e al tempo stesso messi alla prova dall’intelligenza e dall’indole ribelle di nostro figlio. Sapere che qualcuno riconosceva il carattere eccezionale, fuori misura dei nostri sforzi era per me immensamente liberatorio. Però la psicologa non dimenticava mai di sottolineare che un bambino pone sempre e comunque delle sfide ai genitori, perciò non eravamo da compatire, dovevamo solo imparare a gestire meglio il bambino che era capitato a noi.

“Io sono affascinata da Alessandro”. Quante volte le ho sentito dire questa frase. Nei momenti peggiori, quando mi sembrava di avere a che fare con una piccola belva, le sue parole mi riportavano sulla terra e mi facevano sentire una privilegiata, anziché una condannata a vita.

Più di una volta le ho chiesto se per lei noi avevamo sbagliato qualcosa nell’educazione. Più di una volta mi ha risposto che il carattere di nostro figlio andava accettato per quello che era. Al massimo avremmo dovuto imparare a fargli accettare le regole e i ruoli, ma non in maniera autoritaria, bensì con empatia e qualche trucchetto.

Un altro grande insegnamento è stato che i figli ti mettono nella condizione di mutare continuamente, con passi avanti sempre seguiti da passi indietro, dai quali non bisogna farsi scoraggiare. Per me, abituata a ragionare per liste di cose da depennare e obiettivi da raggiungere e poi definitivamente archiviare, accettare questo cambiamento di prospettiva non è stato semplice. Ma credo di esserci riuscita.

Sono ormai passati due anni, le strategie nel frattempo sono cambiate. Le braccia tese in avanti non funzionano più, Alessandro ha imparato a girarmi intorno e colpirmi alle spalle, ma riesce sempre più spesso a fermarsi prima ancora di picchiare. Gli oggetti non li lancia quasi più. A volte va in escandescenza e ci fa andare anche me, a volte riesce a trattenersi da solo e io vorrei piangere di gioia. A volte non riesce a fermarsi ma riesco a farlo fermare io, a volte non ci riesco e piango per la frustrazione. Non è un viaggio con un inizio e una fine, è un percorso che cambia di continuo e noi tre siamo i viaggiatori, anzi noi quattro ora che c’è il fratellino.

Letizia adesso la vediamo molto meno, ma sapere che il suo studio esiste e che possiamo andare da lei in qualsiasi momento, o anche solo chiamarla per aggiornarla sulle nostre cronache familiari, spesso basta a tranquillizzarmi.

Siamo nel guado della diagnosi di un disturbo del comportamento e dell’attenzione e passeranno ancora mesi prima che arrivi un risultato certo. Abbiamo avuto un orribile anno scolastico, durante il quale la scuola materna non solo non ha aiutato, ma anzi ha peggiorato la situazione facendo emergere alcuni tratti della personalità di Alessandro che credevamo ormai di aver archiviato. La nascita del fratellino ha fatto saltare tutti gli equilibri e ho passato momenti orribili, a casa con il neonato e un bambino di 3 anni in piena ebollizione.

Ma oggi la situazione in famiglia è serena. Alessandro è gestibile, sta maturando, non smette di sorprenderci con il suo acume e la sua sensibilità. Lui, che è estremamente competitivo, ieri ha pianto perché la mia pedina era stata retrocessa alla casella 1 durante una sfida al gioco dell’oca. La scuola è andata malissimo, ma lo stiamo spostando e sono fiduciosa. La gelosia per il fratellino è acqua passata. Non c’è perfezione, ma i giorni positivi sono tanti almeno quanto quelli negativi. Il merito è anche della nostra psicologa di famiglia, che ci tiene per mano e che rispetta i nostri tempi. Perché è stata lei ad insegnarci che a volte bisogna rispettare i tempi che la vita ti mette di fronte, aspettando che le cose evolvano. Ecco un altro suo dono prezioso: ci ha insegnato ad affrontare la vita abbandonando il tempo degli adulti, lineare e progressivo, ed accogliendo invece il tempo dell’infanzia, circolare e mai schematico, ma incredibilmente ricco.

Il bambino che voleva evadere dall’incubatrice

Come ho raccontato qui, Alessandro è nato prematuro. Al momento non sappiamo se sia davvero iperattivo (nel senso clinico del termine), quel che è certo è che si è sempre trattato di un bambino con una vivacità sopra le righe. O forse “vivacità” non è nemmeno il termine giusto, perché se è vero che lui ha davvero energia da vendere, ho conosciuto bambini ancora più esuberanti. Ciò che vedo in lui di eccezionale è l’intraprendenza con cui pianifica la fuga dagli steccati che gli vengono costruiti intorno.

Per uscire di metafora: è un ribelle.

Si ribella alle regole, all’autorità precostituita, ai ruoli, a qualsiasi cosa gli sembri creata solo per limitare le sue mosse, a meno che non capisca il senso della limitazione. Questo significa che Alessandro accetta i “no” solo se ne capisce il senso. Me lo disse anche l’educatrice del suo nido: “se gli dici di no, per lui è come se non parlassi. Bisogna invece dirgli perché è no, e se lui è in grado di capirlo, di solito smette.”

Che fatica, per noi, spiegare tutti i nostri no. Spiegare che la presa delle corrente non si tocca perché dentro c’è l’elettricità.

E che cos’è l’elettricità? È una cosa che accende le luci ma che ti può anche fare male. Perché fa male? Se non me lo spieghi bene, provo da solo a toccare così lo scopro. No, fermo, fa male perché è una scarica che ti attraversa. Ma allora fa solo il solletico? Provo subito! No, fermo, fa male perché è come uno schiaffo potentissimo che ti può anche far sbattere a terra…

Così, per ogni cosa, perché un “no” da solo, magari detto con voce dura, durissima, e sguardo di pietra, non ha mai funzionato, anzi ha sempre spinto Alessandro a fare proprio la cosa proibita. Di sicuro, questo bambino non ha mai avuto paura di niente.

Persino in incubatrice, dove è stato messo subito dopo la nascita, era l’unico neonato che si proiettava all’esterno infilando le braccia e le gambe negli oblò. Dovete immaginare questi prematuri come dei piccolissimi cuccioli con scarsissima capacità di movimento. Tutti tranne lui, che spalancava gli occhi guardandoti fisso e distendeva braccia e gambe per cercare la sua via di fuga. Le infermiere non ci potevano credere, ma succedeva davvero!

Ha sempre avuto una precocità impressionante nel movimento. Ha imparato a girarsi sulla pancia a meno di 3 mesi, ha gattonato speditamente a 6, ha fatto i primi passi a 10 e abbiamo fatto la prima lunga passeggiata senza passeggino a 12 mesi e 1 settimana.

Dargli le regole è stato un compito difficile, ma non impossibile. Certo, a 1 anno era impossibile, ma già a 2 era perfettamente in grado di ascoltare le nostre spiegazioni e, quindi, di assimilare le regole.

Da parte nostra, è stato importante capire che un frettoloso “No!” non ci portava a nulla, se non a frustrazione e senso di impotenza. Per quanto fossimo decisi, risoluti o arrabbiati, non bastava negare una cosa affinché l’avessimo vinta noi. Non bastava nemmeno la classica sculacciata, ed era inutile la punizione. Quante volte abbiamo annullato impegni, buttato giocattoli nella spazzatura o atteso per ore che la crisi isterica sfumasse da sola: è stato sempre tutto inutile. Alla fine diventava un braccio di ferro da cui uscivamo tutti sconfitti.

Era ciò che volevamo?

No, quello che volevamo era trovare un modo per educare nostro figlio, e il muro contro muro non ci stava portando da nessuna parte. So cosa state pensando: ma non è che forse siete solo dei genitori mollaccioni? No, credetemi, ho avuto giornate, settimane, interi mesi di muro contro muro, in cui ho ostinatamente tenuto il punto per una questione di principio, ma non mi hanno mai portato a niente.

Gli unici “no” che ascolta sono quelli che comprende. Questa è stata la chiave: una volta capito, abbiamo iniziato a gestire meglio anche le situazioni più critiche.

Perciò basta muro contro muro. Benvenuta dialettica. Benvenuti compromessi.

Ciò non significa che adesso rispetti sempre le regole. In alcuni momenti prevale l’istinto ribelle, o magari è solo stanco e non riesce proprio a obbedire. Con alcune persone, poi, non c’è verso di farlo stare buono. L’ambiente ostile che ha trovato alla scuola dell’infanzia (di cui parlerò in un altro post) lo ha portato ad esempio a non riconoscere l’autorità delle maestre.

Il problema è che lui l’autorità non la riconosce solo perché tale. Per lui contano di più autorevolezza ed empatia, e chi non capisce questa cosa non riesce a fare breccia. Voi direte: beh, lasciatelo cuocere nel suo brodo, prima o poi capirà chi comanda! Sì, ma il problema è che, dopo aver visto per mesi che lasciarlo cuocere non serviva a nulla se non a rovinare il clima in famiglia, ho voluto trovare una soluzione differente.

E questa soluzione oggi funziona, oggi riesco a gestire Alessandro, a volte anche a prevenire le sue mosse.

È un continuo patteggiamento, lo è sempre stato. Per strada non ha mai voluto dare la mano ad un adulto, così il compromesso è che la da solo se non si trova su un marciapiede. A tavola ha smesso di sopportare il seggiolone ben prima dei due anni, perciò gli abbiamo comprato una sedia da cui può scendere e salire in autonomia. E ne avrei di esempi, potrei continuare per ore.

Il succo del discorso è che un bambino ribelle non lo devi necessariamente domare, lo puoi anche conquistare. Responsabilizzare. Capire. Forse continuerà a farti impazzire, ma ci sarà il giorno in cui si avvicinerà al passeggino del fratellino e gli tirerà su il tettuccio per proteggerlo da sole, e allora capirai che il percorso è difficile, tanto impegnativo, ma forse ti sta restituendo un bambino perfettamente consapevole delle sue azioni, per certi versi persino maturo.

Ne abbiamo fatta di strada da quelle prime fughe dall’incubatrice, chissà ancora quanta ne dovremo fare, ma sono sicura che pian piano troveremo il modo di insegnare ad Alessandro, così come a suo fratello, che ci sono alcuni limiti che non devono essere superati. Per il resto spero di riuscire a rispettare la sua indole ribelle, perché fa parte di lui e va amata anche quando rende tutto più complicato. Il mio piccolo, adorabile, rivoluzionario.

Cose belle da fare con un bambino iperattivo (o troppo vivace)

Oggi è il mio compleanno, e siccome non è stato affatto un anno facile, voglio provare ad alleggerire. Farò solo pensieri positivi.

Quando un bambino è così vivace come il nostro, ci sono tantissime cose – cose che noi davamo per scontate ma che non lo sono affatto – che si possono fare con lui.

Inoltre, data la necessità di tenere sempre sotto controllo il bambino, si finisce per passare ogni momento libero con lui, senza poterlo “mollare” tanto facilmente ad amici o parenti disponibili (fa eccezione la pazientissima e amorevole nonna, con cui ha passato tutto il primo anno di vita mentre io tornavo a lavorare).

A volte passiamo così tanto tempo insieme che dico a Federico che sembriamo mormoni, sempre uniti, sempre vicini, una specie di clan chiuso e privo di sbocchi. La verità è che siamo ormai un meccanismo oliato e che non abbiamo molta scelta.

Per fortuna, un bambino vivace (o iperattivo, se la diagnosì verrà confermata l’anno prossimo), ti consente di fare tante cose bellissime che con altri bimbi sono più difficili. Insomma, la vita ti toglie ma al tempo stesso ti da, è così per tutti.

Ecco la mia personale classifica:

  1. lunghissime passeggiate: abbiamo sempre pensato che fosse normale per un bambino fare 2, 3, 4 o anche 5 km senza battere ciglio. Oggi sappiamo che è un dono e lo sfruttiamo. Io adoro passeggiare e spesso Alessandro mi chiede di “fare i camminatori” invece che andare in macchina. Io rispondo sempre di sí e maciniamo chilometri.
  2. trekking: come al punto 1. Abbiamo portato Alessandro su sentieri di ogni difficoltà e ha sempre camminato con incredibile energia, in salita, discesa, sui sassi, sull’erba, sui tronchi, sotto le cascate, nei ruscelli. Ovunque. È fantastico.
  3. viaggi: puoi portarlo con te in qualsiasi viaggio ben organizzato, purché ci si muova sempre e non ci si fermi mai. No ai ristoranti, alle soste in autogrill, ai pomeriggi in albergo. Sì alle escursioni, alle visite alle città d’arte, a qualsiasi attività con un punto d’inizio ed un (distante) punto d’arrivo. (Continua…)

Famiglia

Questi siamo noi. Io sono Laura, e mi sono già presentata qui.

Poi c’è Alessandro, ne parlo in quasi tutto il blog perciò direi che non ha bisogno di altre presentazioni.

Ma in famiglia c’è anche il nostro bombolo, di appena 1 anno, un piccolo caterpillar dalle mani delicate e dal sorriso stampato in faccia, soprattutto quando guarda cosa combina il suo Alessandro.

E poi c’è Federico, il mio adorato Fede, quello che mi riporta sempre sulla terra quando rischio di schiantarmi in volo (leggi: placa le mie paranoie), quello a cui ogni tanto faccio la domanda “ce la faremo a fare questa cosa così difficile?” e che mi risponde ogni volta “certo, come abbiamo sempre fatto”. E ha dannatamente ragione, ogni volta, ma non diteglielo per favore ché si monta la testa.