Quando abbiamo deciso di andare dalla psicologa

Dopo ben due anni di colloqui con Letizia, la nostra psicologa di famiglia, ho scoperto che il percorso intrapreso si chiama parent training. Un nome interessante e sicuramente più alla moda per dire “supporto alla genitorialità”. A me piace dire semplicemente che andiamo dalla nostra psicologa, ma io sono all’antica.

In questi 4 anni alle prese con un bambino impegnativo (e anche, perché non dirlo, con la nostra inesperienza), abbiamo fatto tantissimi incontri fortunati. Persone che ci hanno dato un punto di vista autorevole sulla nostra situazione, persone che hanno mostrato empatia nei nostri confronti, che hanno cercato di non farci sentire soli. Letizia è stata uno di questi incontri fortunati.

Ecco come è andata.

Attorno ai 2 anni e qualche mese di mio figlio, ho iniziato ad avere il sospetto che i suoi capricci non fossero esattamente nella norma. Ok i “terribili due”, ma vederlo urlare, lanciare oggetti e picchiare la sua mamma anche per tre ore di fila, prima di crollare tramortito, forse denotava qualcosa di più di “un bel caratterino”.

Dopo qualche mese di inutili ricerche sui forum, di inutili letture di libri di pedagogia e di inutili richieste di consigli a chiunque sembrasse interessato a darmene (penso di aver chiesto lumi anche alla gente in fila al supermercato, in quel periodo), ho deciso che ne avevo abbastanza. Mi sentivo frustrata, sola, una mamma fallita. Ho persino dato la responsabilità al mio lavoro, decidendo di prendere qualche giorno di congedo parentale per passare più tempo con lui e sentirmi meno in colpa. Ma niente sembrava portare alla svolta che desideravo. Alessandro manifestava un disagio che non riuscivo bene a capire e ad accogliere. Spesso i suoi atti di insubordinazione – perché più di qualche volta erano solo questo: sfide alla nostra autorità – finivano con la domanda ansiosa: “mamma, sei felice?”. Ci leggevo tanta sofferenza per un comportamento che tuttavia gli risultava davvero inevitabile. Lo vedevo agitarsi per qualcosa che aveva dentro e non riusciva a tirare fuori.

Stop, mi sono detta. Parliamone con qualcuno. Ho richiesto un colloquio al nido e l’educatrice ha gettato alcuni fasci di luce su mio figlio. Ha accolto me e Federico, ci ha fatto sedere su due sedioline basse e ci ha raccontato chi fosse Ale al nido. Un bambino eccezionalmente sveglio, davvero avanti, con qualche piccola difficoltà a capire i ruoli. “Crede di essere un adulto, anzi lo dice proprio: io sono l’adulto e decido le regole”. Ci disse anche che faceva fatica ad entrare in relazione con i coetanei e che era infastidito quando qualche bambino invadeva il suo spazio. Ci consigliò di migliorare nella nostra capacità di contenerlo e ci diede un numero di telefono. Era il numero di Letizia.

Il colloquio con l’educatrice del nido è stato importante per due ragioni. Ci ha permesso di entrare in contatto con Letizia, questa la prima ragione. La seconda è che in quell’occasione Federico ha finalmente preso coscienza del “problema”. Problema è un termine forse esagerato, diciamo che ha capito che i capricci di Alessandro erano di un’intensità un po’ superiore alla media e che dovevamo imparare a gestirli meglio per consentire a nostro figlio di crescere in maniera armoniosa.

Ma Letizia resta la ragione più importante, perché è stata lei a darci gli strumenti per uscire dal vortice che si era creato intorno a noi (capriccio-punizione-frustrazione-altro capriccio).

Dopo il primo colloquio, ha inquadrato subito la situazione: ci trovavamo di fronte ad un bambino molto dotato e per questo impegnativo. Un bambino con una grandissima energia che andava incanalata e contenuta, evitando che diventasse distruttiva. Un bambino con delle antennine sempre in ricezione, che a volte andava in confusione per questo eccesso di stimoli e informazioni. Il nostro compito era di fare meglio e senza tentennamenti quello che in fondo avevamo cercato di fare fin dalla sua nascita: adattarci a lui cercando al contempo di dargli alcune regole granitiche. Poche ma buone. Sempre le stesse e molto semplici. Alla fine, i comandamenti davvero importanti erano solo tre:

  1. Noi siamo gli adulti, tu sei il bambino
  2. Non si picchia: è inaccettabile
  3. Non si lanciano gli oggetti: è inaccettabile

Tutte le altre regole minori della nostra casa sarebbero rimaste: lavarsi le mani, lavarsi i denti, mettere a posto, mangiare a tavola, ma ci si poteva arrivare per vie traverse, ad esempio attraverso i complimenti al bambino. Diciamo pure che la buona educazione non costituiva un problema. Alessandro è sempre stato molto attaccato alla routine, per cui muoversi all’interno di un piano di regole prestabilite di quel genere non ha mai rappresentato un problema. Il punto di rottura veniva raggiunto invece quando perdeva il controllo e la calma (per un motivo qualsiasi, dal salmone non di suo gradimento all’assenza del suo cartone preferito) e diventava aggressivo e provocatorio nei confronti di chiunque gli capitasse a tiro, in particolare noi genitori. Significava che, in una fase di stanchezza, poteva picchiare un bambino senza motivo, oppure lanciarmi i suoi giocattoli. E se veniva sgridato per il suo gesto, poteva continuare a farlo ancora e ancora, senza nessun limite, senza provare nessun tipo di dispiacere o timore di fronte al rimprovero o alla punizione. Ma rimproverarlo e punirlo era l’unica strada che conoscevamo. Non funzionava, ma non avevamo altra scelta. Se nostro figlio sbagliava dovevamo intervenire come avevamo visto fare centinaia di volte ai nostri genitori o ai genitori di tutti gli altri bambini, sgridando e punendo. Solo che non funzionava, dannazione.

Letizia ha spezzato questa catena. Ci ha spiegato che il nostro atteggiamento sereno poteva trasformarsi in un argine all’energia vulcanica del nostro bambino, per cui la cosa più immediata da fare, di fronte alle esplosioni di lava e lapilli, era di ritrovare la calma, di “sentirsi calmi”, nel profondo.

Altra cosa da fare: avremmo dovuto tendere le mani avanti, impedendo al bambino di colpirci e spiegando che le botte sono inaccettabili. Non serviva a nulla fuggire di fronte alle sue botte (come avevo fatto io, chiudendomi in bagno solo per essere inseguita da un incontenibile bamboccio forzuto di 2 anni), né stringerlo forte per aiutarlo a ritrovare il suo limite (come aveva fatto Federico dopo averlo letto in un libro). Non serviva fingere che non esistesse, né minacciarlo di buttargli i giocattoli (quante finte buste della spazzatura ho preparato, in quei mesi…). Bisognava restare calmi, schermarsi con le braccia in avanti e provare a restituirgli un’immagine delle sue emozioni, in modo che riuscisse ad elaborarle: “Lo vedo che sei arrabbiato, è successo qualcosa?”.

Il cambiamento è stato immediato, nel giro di un mese la situazione è migliorata tantissimo sia a casa che al nido. Probabilmente è bastato ritrovare la fiducia nel nostro ruolo per far sentire anche il bambino più al sicuro, meno esposto ai suoi accessi d’ira. Nel frattempo, Letizia ha continuato a darci delle strategie di sopravvivenza, senza mai dimenticare di sottolineare come fossimo fortunati e al tempo stesso messi alla prova dall’intelligenza e dall’indole ribelle di nostro figlio. Sapere che qualcuno riconosceva il carattere eccezionale, fuori misura dei nostri sforzi era per me immensamente liberatorio. Però la psicologa non dimenticava mai di sottolineare che un bambino pone sempre e comunque delle sfide ai genitori, perciò non eravamo da compatire, dovevamo solo imparare a gestire meglio il bambino che era capitato a noi.

“Io sono affascinata da Alessandro”. Quante volte le ho sentito dire questa frase. Nei momenti peggiori, quando mi sembrava di avere a che fare con una piccola belva, le sue parole mi riportavano sulla terra e mi facevano sentire una privilegiata, anziché una condannata a vita.

Più di una volta le ho chiesto se per lei noi avevamo sbagliato qualcosa nell’educazione. Più di una volta mi ha risposto che il carattere di nostro figlio andava accettato per quello che era. Al massimo avremmo dovuto imparare a fargli accettare le regole e i ruoli, ma non in maniera autoritaria, bensì con empatia e qualche trucchetto.

Un altro grande insegnamento è stato che i figli ti mettono nella condizione di mutare continuamente, con passi avanti sempre seguiti da passi indietro, dai quali non bisogna farsi scoraggiare. Per me, abituata a ragionare per liste di cose da depennare e obiettivi da raggiungere e poi definitivamente archiviare, accettare questo cambiamento di prospettiva non è stato semplice. Ma credo di esserci riuscita.

Sono ormai passati due anni, le strategie nel frattempo sono cambiate. Le braccia tese in avanti non funzionano più, Alessandro ha imparato a girarmi intorno e colpirmi alle spalle, ma riesce sempre più spesso a fermarsi prima ancora di picchiare. Gli oggetti non li lancia quasi più. A volte va in escandescenza e ci fa andare anche me, a volte riesce a trattenersi da solo e io vorrei piangere di gioia. A volte non riesce a fermarsi ma riesco a farlo fermare io, a volte non ci riesco e piango per la frustrazione. Non è un viaggio con un inizio e una fine, è un percorso che cambia di continuo e noi tre siamo i viaggiatori, anzi noi quattro ora che c’è il fratellino.

Letizia adesso la vediamo molto meno, ma sapere che il suo studio esiste e che possiamo andare da lei in qualsiasi momento, o anche solo chiamarla per aggiornarla sulle nostre cronache familiari, spesso basta a tranquillizzarmi.

Siamo nel guado della diagnosi di un disturbo del comportamento e dell’attenzione e passeranno ancora mesi prima che arrivi un risultato certo. Abbiamo avuto un orribile anno scolastico, durante il quale la scuola materna non solo non ha aiutato, ma anzi ha peggiorato la situazione facendo emergere alcuni tratti della personalità di Alessandro che credevamo ormai di aver archiviato. La nascita del fratellino ha fatto saltare tutti gli equilibri e ho passato momenti orribili, a casa con il neonato e un bambino di 3 anni in piena ebollizione.

Ma oggi la situazione in famiglia è serena. Alessandro è gestibile, sta maturando, non smette di sorprenderci con il suo acume e la sua sensibilità. Lui, che è estremamente competitivo, ieri ha pianto perché la mia pedina era stata retrocessa alla casella 1 durante una sfida al gioco dell’oca. La scuola è andata malissimo, ma lo stiamo spostando e sono fiduciosa. La gelosia per il fratellino è acqua passata. Non c’è perfezione, ma i giorni positivi sono tanti almeno quanto quelli negativi. Il merito è anche della nostra psicologa di famiglia, che ci tiene per mano e che rispetta i nostri tempi. Perché è stata lei ad insegnarci che a volte bisogna rispettare i tempi che la vita ti mette di fronte, aspettando che le cose evolvano. Ecco un altro suo dono prezioso: ci ha insegnato ad affrontare la vita abbandonando il tempo degli adulti, lineare e progressivo, ed accogliendo invece il tempo dell’infanzia, circolare e mai schematico, ma incredibilmente ricco.

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