Quella volta che

Quella volta che hai dato un calcio al collo dell’utero e hai rotto le acque.

Quella volta che hai aperto la finestra e hai lanciato una bottiglia di vetro in giardino.

Quella volta che hai divelto dal muro un battiscopa di legno perché avevi perso una partita.

Quella volta che hai preso un mestolo dal cassetto e l’hai sbattuto sulla porta a vetri di nonna, creando una lunga crepa. Avevi appena un anno.

Quella volta che hai lanciato a terra una tazza di latte, e poi io ho pulito, ti ho versato altro latte perché per me era importante che tu imparassi a fare colazione, e tu l’hai lanciato di nuovo.

Quella volta che ti ho portato al cinema e all’uscita la stanchezza ha preso il sopravvento, sei come impazzito e mi hai urlato contro “stronza” (l’unica parolaccia che hai imparato all’asilo) dall’uscita fino alla macchina.

Tutte le volte che mi hai urlato “ti odio” “stupida” “scema” “ti ammazzo” “ti prendo a pugni” “ti spacco gli occhiali” “ti taglio i vestiti” “ti incendio”. A me, pacifica e pacifista, che nella vita non ho neanche mai tirato i capelli a mia sorella.

Tutte le volte che hai rovesciato sul tavolo bottiglie d’acqua, bicchieri di succo, vasetti di yogurt, di omogeneizzato, piatti di minestra, di carne, di pesce.

Tutte le volte che hai fulminato i faretti dell’ingresso per l’atto compulsivo di accendere e spegnere la luce.

La volta che hai preso le mie matite del trucco e hai scritto sul muro.

Tutte le volte che ti sei chiuso in bagno a svuotare flaconi di bagnoschiuma.

Quella volta che, a casa di amici, ti sei chiuso in bagno a spruzzare il deodorante e alla fine quasi ti veniva un enfisema.

Quella volta che, a casa di amici, hai rotto una libreria.

Quella volta che, a casa nostra, hai colpito e rotto lo schermo della televisione.

Quella volta che hai rotto il computer di nonno con una botta secca sulla tastiera. Il tecnico dell’assistenza non riuscì più a ripararlo.

La volta che sei scappato di casa e ti abbiamo ritrovato al quarto piano. È da allora che chiudiamo sempre a chiave la porta blindata.

Tutte le volte che abbiamo cucinato insieme e ho dimenticato di darti un solo ingrediente alla volta e hai rovesciato la farina, oppure lo zucchero, oppure le uova, oppure la granella per i biscotti, oppure l’acqua, oppure l’olio.

Tutte le volte che mi chiedi “cosa è questo” e che ne rovesci il contenuto prima che io abbia il tempo di risponderti.

Quella volta che ti sei aggrappato alla mia catenina e me l’hai strappata dal collo. Avevi 7 mesi.

Ma anche

Quella volta che mi hai visto dopo il parrucchiere e hai finto di svenire perché hai detto che ero troppo bella.

Quella volta che hai aperto il tuo astuccio e hai dato un pastello ad ogni compagno di classe che non ne aveva.

Quella volta che abbiamo letto insieme un libro sulle parolacce e hai nascosto la testa sotto il cuscino e hai iniziato a piangere, dicendo che non avevi il coraggio di continuare a leggere.

Tutte le volte che prendi la foto di nonna e le dici che ti manca, poi la chiami e le chiedi se ha sentito la tua voce a distanza.

Quella volta che hai bussato al finestrino di una macchina in doppia fila e hai detto ad una signora sconosciuta che non si parla al telefono mentre si guida. Io poi ti ho fatto notare che in realtà era ferma, perciò sei tornato indietro e le hai detto: “Scusi se l’ho interrotta”.

Tutte le volte che ringrazi quando qualcuno ti cede il passo.

Quella volta che sei entrato in ospedale per conoscere tuo fratello appena nato e gli hai detto con l’emozione che ti portava via la voce “Ciao fratellino, vedrai che con me ti divertirai tantissimo”.

Tutte le volte che ti alzi dal letto, vieni nel nostro letto e mi stringi perché hai paura, e dopo due minuti hai caldo, e poi torni e mi abbracci ancora.

Quella volta che hai dato un calcio al collo dell’utero e hai rotto le acque, perché non vedevi l’ora di venire al mondo.

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