La lunga strada dell’accettazione

Erano più di 30 anni che mi raccontavo una grande bugia: che fossi forte.

Ci credevo davvero: avevo vissuto una serie mediamente lunga di difficoltà, alcune delle quali anche importanti. Inoltre avevo accettato e superato sfide ambiziose, sia lavorative che personali. E questo mi faceva illudere che fossi forte, perché ogni volta – nonostante la paura – mi ero sempre lanciata e, contando solo sulla forza delle mie gambe, alla fine ce l’avevo fatta.

Ecco, cazzate.

Ce l’ho fatta finché era qualcosa che potevo risolvere con le mie risorse, oppure qualcosa di ineluttabile che però prima o poi portava a una conclusione, fosse anche un funerale catartico quando moriva qualcuno.

Adesso, invece, è completamente diverso, e ho scoperto una vulnerabilità che neanche lontanamente sospettavo di avere. Ho capito che una cosa è stare su un percorso a tutta velocità, provando l’ebrezza di schivare o distruggere gli ostacoli, con vento, sole e pioggia in faccia. Molto diverso, invece, viaggiare su una macchina scassata che a volte parte, altre no, e che non hai modo di aggiustare perché è solo così, è rotta.

È rotta e tu la devi usare lo stesso.

Non puoi mettere da parte i soldi per comprarne una nuova. Non puoi iniziare a studiare meccanica per migliorarne le performance. Non puoi nemmeno imparare a guidare meglio, perché non sei tu che non sai guidare, anzi, tu sei un pilota brillante. Ma lei è rotta, e tu sei incatenato al sedile a tempo indeterminato.

Questa prova di resistenza, che nemmeno è una prova proprio perché il traguardo non è previsto, è la prova che non riesco a superare. Proprio la sfida che non è una sfida, quella che non richiede impegno, non richiede capacità, non richiede nulla se non alzarsi la mattina e arrivare vivi a sera, io la sto perdendo. Ci riuscirebbe anche una pianta, e io invece la sto perdendo con me stessa.

Il motivo è solo uno: io non l’ho ancora accettata.

Pensavo di essere forte, ma è la mia forza che questa volta mi rende fragile. Abituata a sollevare il mondo sulle spalle, sono qui che lo sollevo anche se non serve. Fatica inutile, frustrazione immensa, perché continuo a schiacciare l’acceleratore su un motore singhiozzante, quando invece sapete cosa dovrei fare? Lasciarmi portare e accettare.

Già, accettare. Accettare che ci siano giornate, come questa di oggi, in cui le cose iniziano male e finiscono peggio. E ciò nonostante, sentirmi fortunata.

Accettare che ce ne siano altre in cui tutto si incastra bene e si vede qualche spiraglio. E ciò nonostante, non aspettarmi niente il giorno dopo.

Accettare che il giorno seguente quello spiraglio si chiuda di nuovo e continuare lo stesso a fare come se nulla fosse (cioè a vivere), azzerando le aspettative.

Aspettative. Sono quelle che ti proiettano in un futuro immaginato e che ti aiutano a costruirlo. Sempre che le cose possano dipendere in qualche modo da te, altrimenti è meglio che te le levi dalla testa. Ma si può vivere senza progettualità? Evidentemente sì, solo che io non lo so ancora fare.

Mentre sono qui che mi arrabbio perché il mio motore 800 cavalli non mi serve a nulla proprio ora che dovrebbe aiutare la persona che amo di più (mio figlio), e mentre sono qui che mi sento in colpa perché chi ha davvero un problema non sono io (infatti è sempre mio figlio), si inabissano tutte le altre qualità che avevo. Tipo: il senso di gratitudine, l’entusiasmo, l’ottimismo. E divento acida, cinica, pessimista.

Fragile nella sostanza, coriacea nella forma. Sono diventata una vera merda di persona.

1 commento su “La lunga strada dell’accettazione”

  1. Non sei come ti descrivi.
    Sei solo stanca, giustamente stanca, perché non vedi la fine.
    Ma sbagli a voler vedere una fine, un arrivo, un traguardo. È tutto un divenire.
    Concentrati sulle piccole conquiste, quelle che gli altri non coglierebbero ma che a te possono regalare un sorriso anche solo appena accennato. E fanne tesoro.
    Scrivile e poi rileggile nei momenti bui.
    E se non intravedi nemmeno uno spiraglio positivo in una giornata accettalo, prenditi il tuo momento di tristezza, piangi, ma poi torna più carica di prima. Tu puoi farlo, lo so.
    Il bello lo trovi nelle piccolissime cose, sta a te scorgerle e farne tesoro.

    "Mi piace"

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