Sì, ma di preciso cos’è l’ADHD?

Negli ultimi mesi ci siamo trovati più volte a dover spiegare l’ADHD alle persone che si occupano di Alessandro. Ci è capitato con le nuove insegnanti a scuola, con il maestro di nuoto, con il maestro di judo e con quello di rugby (tre sport in due mesi, proprio così). Ci è capitato con gli altri genitori della nuova classe, con gli altri genitori del corso di judo e suppongo che a breve capiterà con gli altri genitori del corso di rugby. La piscina, per fortuna, è stata abbandonata, per cui dovremo dare una spiegazione in meno.

Mi sono accorta che definire in maniera chiara e semplice che cosa sia l’ADHD è davvero difficile. La definizione del disturbo, o per meglio dire della neuro-diversità, è “sindrome da deficit di attenzione e iperattività”. Chi ne è affetto ha difficoltà a mantenere l’attenzione ed è iperattivo, cioè non riesce a stare fermo. Tutto questo è riduttivo, perché in realtà le persone con ADHD possono concentrarsi e anche fermarsi, purché abbiano una valida ragione per farlo. Il problema è che la loro “ragione” non coincide con quella del resto della popolazione. Mentre noi senza ADHD, in diverse misure, sappiamo trarre “piacere” o “interesse” anche dal portare a termine compiti poco interessanti, riuscendo a comprendere che se faremo una certa cosa (anche noiosa) poi avremo un vantaggio, le persone con ADHD non sanno lavorare in maniera efficace per raggiungere un obiettivo che non abbia una gratificazione immediata.

Io non traggo piacere dal vestirmi ogni mattina e preferirei di gran lunga restare in pigiama tutto il giorno, tuttavia so che la vergogna di uscire in pigiama supererebbe il fastidio di vestirmi a casa, così riesco a pianificare le mie azioni in vista di uno scenario futuro che posso prevedere grazie ad un mix di esperienza, educazione e anche carattere (sono molto previdente). Una persona con ADHD non riesce a strutturare le sue azioni pensando a quello che ne conseguirà in futuro, per cui non vede il senso nel fare cose noiose o anche solo lente a realizzarsi.

Il presente sovrasta ogni altra dimensione temporale: quella del passato, ovvero l’esperienza, e quella del futuro, ovvero la capacità predittiva, che spesso è banale previdenza (prendo l’ombrello perché il cielo è nuvoloso).

Le funzioni esecutive sono quelle che consentono al cervello umano di organizzare pensieri e azioni per raggiungere un obiettivo. Nelle persone con ADHD non sono come dovrebbero.

C’è poi la questione dell’impulsività.

Quando ho davanti a me una faccia da schiaffi, avverto l’impulso di passare alle mani e di vendicarmi di quella persona che mi sta offendendo. Riesco tuttavia a bloccarmi, perché so che uno schiaffo mi farebbe stare peggio, so che potrei avere problemi con la legge, so che esistono modi più efficaci per ottenere qualcosa da qualcuno e ricordo che una volta da piccola venni rimproverata dai miei genitori per aver picchiato qualcuno. Riesco insomma a inibire un impulso perché so che soddisfare quell’impulso non mi farebbe stare così bene, anzi riaffiorano alla mia memoria le sensazioni negative provate quella volta che schiaffeggiai un altro bambino e venni rimproverata.

La persona con ADHD ha più difficoltà di me a frenare questo impulso, perché al contrario di me non riesce a mettere velocemente sul piatto della bilancia i suoi ricordi e le sue previsioni. Non potendo ricordare con tempismo le esperienze passate né prevedere in maniera razionale le conseguenze delle sue azioni, il prurito nelle sue mani è l’impulso che prevale, perché è l’unico che presumibilmente gli darà piacere. Sembra che per lui quella sia l’unica soluzione, perché il suo cervello non sa elaborare strategie alternative, e spesso quando ci riesce è ormai troppo tardi.

I medici spiegano questo comportamento come scarsa capacità di inibire e di autoregolare il comportamento. Per questo, le persone con ADHD sono estremamente impulsive e istintive, anche quando il loro istinto sembra davvero molto vicino ad un istinto animalesco.

Ma poi arriva il giorno in cui la persona con ADHD si imbatte in un argomento o in un’attività davvero troppo interessante. Probabilmente non sarà un’attività che richiederà lunghi tempi di preparazione o di analisi. Probabilmente sarà un’attività rapida, intuitiva, vulcanica, oppure si tratterà di un argomento d’impatto, esplosivo, dirompente, ricco di colpi di scena. In ogni caso, sarà qualcosa che catturerà la sua attenzione. E allora la persona con ADHD si chiuderà su quell’attività, forse anche per ore. Ma come? Non aveva difficoltà a concentrarsi? Non era incapace di soffermarsi su qualcosa?

Sì, ma in quel caso il suo deficit prenderà una strada diversa. Sarà perfettamente in grado di dedicarsi alla sua passione, ma dimenticherà di organizzare, pianificare ed eseguire tutto il resto. Se è uno studente, non farà i compiti. Se è un adulto, non si recherà al lavoro. Se è un bambino piccolo, non ascolterà nessun richiamo dei suoi genitori e magari dimenticherà di andare in bagno o di indossare le scarpe. Inoltre, spiegano i medici, le persone con ADHD non sanno effettuare il cosiddetto “shifting” da un argomento all’altro. O si concentrano su tutte le cose allo stesso modo e senza stabilire delle priorità, oppure si focalizzano su qualcosa e non ne sanno uscire senza uno sforzo immenso. Tutti noi sappiamo chiacchierare con un amico e ignorare in modo più o meno consapevole il rumore di fondo. Per la persona con ADHD, non esiste rumore di fondo, tutto ha la stessa priorità, per cui più che di deficit di attenzione si dovrebbe parlare di eccesso di attenzione. Ma non è un vantaggio, perché a vivere in questo modo c’è da impazzire: come faccio a restare sereno se il film che sto guardando ha la stessa importanza del clacson che mi arriva da una distanza di 50 metri? E se poi accade che riesco finalmente a concentrarmi su qualcosa e dimentico il resto, come reagisco nel momento in cui devo smettere perché qualcuno mi ha chiamato o magari perché si presenta un imprevisto?

Ecco, appunto, l’imprevisto, un altro grande tema.

La capacità di pianificare e organizzare riguarda anche quella di modificare un programma. Chi ha una visione strategica riesce ad adattarsi ai cambiamenti pur di raggiungere il suo obiettivo. Se invece l’obiettivo è sempre collocato nel presente, nel qui e ora, difficilmente si riuscirà a piegare il proprio comportamento in vista di quel che potrà accadere in futuro. Ecco che subentra una fortissima rigidità mentale, che rende le persone con ADHD molto limitate quando si tratta di affrontare l’imprevisto. Eppure immaginiamo gli iperattivi come persone sempre in corsa sulle montagne russe della vita, avventurieri alla ricerca costante dell’ebbrezza. No, non lo sono. Se per la maggior parte delle persone è piuttosto semplice e automatico cercare le chiavi di casa, infilarle in borsa e poi uscire, per una persona con ADHD lo sforzo mentale è molto più grande. Immaginate perciò la frustrazione quando non trovano le chiavi dove dovrebbero essere, oppure quando sono finalmente riusciti a uscire di casa e scoprono che il loro ristorante preferito è chiuso e perciò dovranno fare la spesa, ovvero dovranno organizzarsi per fare la spesa. Il loro è un pensiero rigido, il che – attenzione – non li rende affatto degli automi efficienti e volitivi (in stile impiegato modello giapponese), anzi. A causa della loro incapacità di adattare con flessibilità le azioni (o i sentimenti) alle circostanze impreviste della vita di tutti i giorni, si chiudono in stati d’animo negativi e spesso smettono di imparare dall’esperienza. Così i loro problemi si ingigantiscono sempre di più.

Ecco, forse questa è la chiave interpretativa che io, nel mio piccolo, ho trovato per arrivare finalmente a spiegare come mai mio figlio, bambino con ADHD, riesca con estrema facilità a memorizzare quantità enormi di dati su argomenti di suo interesse o possa passare ore a guardare la televisione come in trance, ma non riesca ancora a disegnare o a vestirsi da solo. Questo è lo schema che ho creato per capire la sua rabbia, e finalmente digerirla. Questo è il paradigma che adesso governa la nostra vita, in cui tutto deve essere pianificato, spiegato, adattato affinché la quotidianità non vada a rotoli come tantissime volte ci è successo.

Ma io ho impiegato 5 anni per capirci finalmente qualcosa, e ancora mi sento molto incompleta, per cui vorrei tanto sapere come trasmettere questa complessità, questa ricchezza, anche alle altre persone. A volte mi arrendo, lo ammetto, e mi riduco a dire che è iperattivo e ha bisogno di sfogarsi. Ma so che sto tradendo lui e la sua essenza, so che sto riducendo a una frase molto superficiale tutta la sua unicità.

Ho capito perciò che parte del mio impegno è volto a trovare parole più semplici per dire chi è mio figlio. Non ci sono ancora riuscita, ma la vita è complessa, lui è magnificamente complesso, e io ho bisogno ancora di altro tempo. So che le cose diventano semplici solo quando le si è capite perfettamente, perciò mi dico che forse è perché non è ancora arrivato il momento, devo ancora camminare su questa strada alla ricerca di un modo comprensibile per definirla. Forse il giorno in cui saprò dare un nome al mio cammino e saprò dirlo anche agli altri, mi sentirò anche meno sola di adesso. Per ora, invece, cammino.

Mentre siamo in vacanza

Siamo in vacanza e avrei tante cose da raccontare, ma scrivo dal cellulare e non posso dilungarmi. Voglio solo fissare alcune idee, che elaborerò meglio al mio rientro.

Sta andando tutto molto bene. Non è il primo viaggio che facciamo, ma forse è il viaggio in cui siamo più consapevoli di quello che siamo e di come possiamo agire per far funzionare tutto al meglio.

Ci sono tantissimi aspetti da migliorare, ma nel complesso ce la caviamo.

Riporto qualche episodio. Ieri Alessandro aspettava con ansia di andare in piscina, ma un imprevisto glielo ha impedito. Quando ho saputo che non avremmo avuto tempo per la piscina, l’ho guardato e gli ho detto: “Devi sapere una cosa. Ti farà arrabbiare, ma vedrai che riusciremo a gestirla. Purtroppo papà ha avuto un contrattempo e non può portarti a nuotare come promesso.”

Nei suoi occhi sono passate mille nuvole di bufera, piene di pioggia e lampi. Ero pronta al peggio, ovvero a una lunga crisi senza se e senza ma. Invece è scoppiato a piangere come qualsiasi altro bambino, ha protestato, ha detto che non sarebbe andato da nessuna parte, ma poi è finita lì. È finita lì. Mi ha seguita in macchina, continuando a borbottare si è addormentato, al risveglio era come nuovo e abbiamo passato un bel pomeriggio.

Poi c’è stato l’episodio della spada, una spada da gladiatore che chiedeva da giorni. Finalmente ci decidiamo a regalargliela ma nel negozio non la troviamo più, è stata venduta appena la sera prima. Penso che si debba portarlo via di là il prima possibile, ma lui sbatte i piedi e per tre volte urla “No” con tutta la sua voce. Va verso uno scaffale coperto da alcuni teli, la commerciante lascia fare, io gli dico di non toccare e ancora una volta gli propongo di andare fuori a parlarne. Lì dietro ci sono altri giocattoli, non so perché li tengano lì, comunque ci sono. Li guarda e con rapidità sceglie un altro gioco, esclamando: “ecco, ho trovato un’alternativa e non mi arrabbio più!”. Applausi.

Ci sono state poi tante piccole ribellioni, ma tutte innocue. Abbiamo spiegato, a volte abbiamo urlato in modo irragionevole, altre volte è stato necessario urlare, perché è vero che le regole urlate al vento non hanno valore, ma anche il nostro bisogno di gridare andava assecondato.

Anche se sono sempre sul chi va là nel tentativo di prevenire o gestire, ogni tanto cerco di ridere e basta con questo figlio che oggi sulle giostre correva come un pazzo gridando “Santi Numi”.

Subito dopo si è affacciato dallo scivolo e mi ha chiesto se “Santi Numi” si può dire o è una parolaccia.

Sempre oggi, mi si è piazzato davanti mentre inserivo i soldi in una macchinetta del caffè e ha pigiato compulsivamente dei tasti, facendo uscire un cappuccino. Faceva schifo, inoltre io volevo un espresso. Mi sono arrabbiata tanto e lui ha iniziato a schiaffeggiarsi. Poi me lo sono bevuto lo stesso, perché nella vita capita di volere un espresso e di ricevere invece un cappuccino con latte liofilizzato, ma se trovi qualcuno che ti insegna a mandare giù con coraggio quella miscela nauseabonda, per me vinci lo stesso.

Alla fine la diagnosi è arrivata

E ha confermato tutto.

Alessandro “presenta disturbo ipercinetico con difficoltà attentive e disregolazione comportamentale”.

Ora è scritto su un atto pubblico ufficiale. Non si torna più indietro, non che ne avessi intenzione, del resto.

La diagnosi è arrivata due settimane fa. In questi 14 giorni non ho avuto tempo per scrivere, ma ho avuto tempo per metabolizzare.

Non mi aspettavo nulla di diverso, solo nutrivo ancora una speranza, anche se minuscola, che tutto alla fine si risolvesse in un grande fuoco di paglia.

Il mio sogno piccolo piccolo era di chiamare le mie amiche e dire loro: “Tutto a posto, ci siamo preoccupati per nulla. Alessandro è solo molto vivace.”

E poi magari un giorno leggere qualche notizia su qualche bambino con autismo o con Asperger o, appunto, con ADHD, e sentirmi sfiorata da un ciclone che, però, non mi avrebbe mai davvero travolta.

Invece mi ha travolto, eccome se mi ha travolto, ma è un ciclone straordinario. Un ciclone che si chiama Alessandro.

La cosa che mi ha colpito di più della diagnosi è che contiene delle sigle strane. Ho approfondito: sono le sigle corrispondenti al tipo di patologia nel sistema di classificazione delle malattie.

Quindi mio figlio è una sigla, è stato incasellato.

Ha un’etichetta. E quante persone incontrate in questi anni mi hanno detto: “non fidarti delle etichette”. Peccato che poi le etichette gli siano state appiccicate addosso centinaia di volte, ogni volta che mostrava comportamenti inopportuni, quindi con una certa frequenza. Allora mi dico: non è meglio avere un’etichetta che spieghi il senso di certe sue arrabbiature, piuttosto che ricevere l’etichetta di bambino arrabbiato?

Adesso inizieremo un percorso burocratico che porterà al riconoscimento ufficiale del sostegno scolastico (per ora ha solo quello privato, pagato da noi) e dell’invalidità. Una legge ci tutelerà e, insieme, ci inserirà in una categoria. Adesso siamo una categoria. Mi fa paura, mi fa sentire in un certo senso vincolata, ma mi fa sentire anche meno sola.

Tutto ruotava attorno a questa situazione anche prima di due settimane fa. Adesso continuerà a farlo, ma sarà riconosciuto e forse avremo degli aiuti, o forse no, ma almeno saprò rispondere meglio a chi proverà a dargli delle etichette che saranno, quelle sì, del tutto sbagliate, come ad esempio:

“Sei cattivo”.

“Sei tremendo”.

“Non ti stanchi mai, eh?”

“Sei arrabbiato”.

“Sei maleducato”.

Ma anche a noi genitori:

“Avete un cattivo rapporto con lui”.

“Chiaramente avete problemi a relazionarvi con lui”.

“Forse è arrabbiato perché gli è nato il fratello”.

“Ma tutta questa rabbia da cosa gli viene?”

“Ma il padre è presente?”

“Quanto Youtube gli fate vedere?”

“Una bella pizza in faccia e gliela facevo passare io la voglia di fare così”.

“Io gli buttavo tutti i giochi, ti facevo vedere io come cambiava subito”.

Ecco, adesso di fronte a tutte queste frasi saprò come rispondere: con una bella pernacchia.

Il valore delle cose ufficiali

Quando le cose le vedi scritte, assumono un’altra istanza.

Ufficializzare significa mettere un mattone e proseguire nella costruzione.

Per me adesso è come se si fosse chiusa una fase, la fase della ricerca e della comprensione, e se ne fosse aperta un’altra, quella delle risposte e delle consapevolezze.

Credo di aver messo a fuoco completamente mio figlio, e non perché avessi bisogno di definizioni o diciture, ma perché tutto quello che appariva confuso e che mi faceva dubitare, oggi, non esiste più.

La sua rabbia esplosiva, ad esempio, non aveva mai trovato una spiegazione chiara finché non ho capito che derivava dalla sua incapacità di inibire alcuni comportamenti. Ho cercato a lungo altre spiegazioni, dando anche a me la colpa per quello che poteva sembrare a prima vista un suo stato di sofferenza e tormento continuo. Ma ora so che non è così, so che non dipende da traumi, non dipende dal contesto in cui vive, non dipende dal suo caratteraccio (per quanto il caratteraccio ce l’abbia, ma su altri fronti) e non dipende da me, sua madre. Dipende dal suo disturbo, può essere gestita e lo porterà ad essere sempre combattivo, basterà dargli gli strumenti giusti, e così il suo disturbo si trasformerà in un vantaggio.

La sua disorganizzazione? Non dipende dal mio disordine, né dall’assenza di regole chiare, né dalla tv che guarda. Dipende dal suo disturbo, ma troveremo il modo di governarla, e allora diventerà creatività, e si trasformerà in un vantaggio.

Alessandro ha un quoziente intellettivo molto al di sopra della media. Abbiamo scoperto anche questo, anche questo sta scritto nella diagnosi, misurato e trasformato in una sigla e in un numero. Pure questa è una risposta ai nostri dubbi. Come mai non riesce ad interessarsi alle cose che di solito piacciono ai bambini? Perché non gioca con i giocattoli? Perché non riesce a integrarsi nel gruppo classe? Perché è così estenuante e ribatte a tutto ciò che gli viene detto, dal momento in cui si sveglia a quello in cui si addormenta? Finalmente sappiamo che non dipende solo da alcuni suoi comportamenti disfunzionali, ma anche dalla sua diversità, quel quid che lo rende speciale e diverso da tutti gli altri. Anche questo aspetto dovrà trovare il giusto canale di espressione, ma ci proveremo e diventerà un vantaggio.

Vero, mio figlio è un bambino ADHD, ma oltre il muro delle difficoltà iniziali, io per lui vedo solo opportunità.

Una giornata difficile

Questa giornata inizia con una piccola crisi nel solito marasma mattutino. Al momento di attaccare la “programmazione” sulla porta di casa (dei disegni stilizzati di tutto ciò che Alessandro farà durante il giorno; è un’abitudine che lo rassicura molto), dimentico di attaccare la figura della nonna prima di quella della psicomotricista.

“Mamma”, inizia a urlare. “Ti sei dimenticata nonna prima di Raffaella. Perché?”. La voce è strozzata dalla rabbia. “Perché? Prima di Raffaella c’è nonna, è lei che mi porta da Raffaella! Voglio strappare quello stupido disegno sbagliato!”.

Io tampono, ma ormai la crisi è partita. “Ecco, Ale, ecco nonna, la metto qui, prima di Raffaela!”. Lui si butta a terra, io lo ignoro. Fingo di mostrare al fratellino qualcosa; Ale si incuriosisce, si distrae, si ferma. In qualche modo, riusciamo ad uscire di casa.

Alle 10 sono in ufficio già da un’ora. Mi arriva una chiamata dalla scuola. Sono abbastanza tranquilla perché in quel momento Alessandro non è a scuola, è a psicomotricità. Sarà qualcosa di burocratico. Richiamo e la responsabile della scuola mi dice che il giorno prima è successo di tutto. Lui non vuole più dormire di pomeriggio perché ormai ha 4 anni e mezzo, è fisiologico. Ma la maestra di sostegno va via alle 13 e le ore del pomeriggio non possono essere affrontate se lui non va a dormire. Ne va della sua serenità, ne va della serenità della classe. La responsabile mi chiede di valutare di farlo uscire prima un paio di volte a settimana. Io rispondo di sì, penso che mia madre mi potrà aiutare anche questa volta. Mi sento in colpa, è vero, ma che scelta ho? Un giorno la ripagherò di tutti questi sacrifici, mi dico. Anche se un figlio non potrà mai ripagare del tutto un genitore, adesso lo so.

Sono le 10 e sono stanca come se fossero già le 23. Alle 11 arriva il messaggio della responsabile della scuola: “Ciao mamma, la nonna non riesce a far entrare Alessandro. Sono tutti e due qui fuori e lui continua a scappare. Non so se sia il caso di farlo stare a scuola oggi…”

Chiamo mia madre e mi dice che in effetti se l’è riportato a casa. Non è riuscita a convincerlo, non c’è stato verso. Tutto è nato da una sua arrabbiatura nello studio della psicomotricista, dopo la quale non si è più calmato. “Va bene”, le dico, “esco prima e ti raggiungo, così puoi andare a fare quella tua visita.”

Lo trovo seduto su una poltrona con due occhiaie profonde, un po’ frastornato. Lo porto a casa (altre piccole crisi, subito sedate), penso di andare magari a fare una passeggiata ma piove, lo vedo stanchissimo, io stessa mi sento svuotata, vorrei che fosse già notte, ma sono solo le 15. Trascorriamo il tempo facendo un ciambellone, in qualche modo la sera arriva.

Decide di mandare un messaggio vocale al papà. Incredibili le sue parole, tanto che non ho ancora deciso se sono di reale pentimento o solo estremamente furbe.

“Papà io oggi non sono andato a scuola, sono rimasto con nonna. Non sono andato perché ero ancora arrabbiato con Raffaella e avevo paura di fare cose cattive a scuola se entravo…”

Dopo cena, cronaca di una tragedia annunciata, la bolla esplode. Arriva la crisi, il pretesto è un pretesto qualsiasi. Inizia il lancio dei giochi e degli oggetti, un libro della biblioteca comunale viene strappato (sto ancora pensando a cosa dirò quando andrò a restituirlo), partono cazzotti, calci. Guardo Federico dritto negli occhi e gli dico: “Ignoriamolo. Non raccogliamo assolutamente nemmeno mezza provocazione”. Lavo i piatti e scende la lacrima che stava appesa lì dalla mattina, ma non è ancora il momento di piangere, la crisi è in atto.

Fingendo di non provare dispiacere davanti alle sue sfide a viso aperto, vediamo che poco a poco l’intensità della sua rabbia si affievolisce. Poi torna a montare, un’aranciata viene rovesciata, vola qualche altra cosa. Cala nuovamente, lui se ne va in cameretta e si nasconde dietro al letto. Dopo 10 minuti di strano silenzio, sentiamo dei singhiozzi.

Federico si chiude in camera con lui. I singhiozzi diventano pianto inconsolabile.

“Sono solo uno stupido imbecille maleducato che fa cose brutte. Sono inutile. Sono inutile. Sono un bambino inutile”.

E poi, poco dopo: “Perché siamo nati? Perché si è formata la Terra? Vorrei che il mondo non esistesse, così non esisterebbero i bambini e non esisterei nemmeno io”.

Adesso che la rabbia è passata, anche lui vede con chiarezza quanto si è comportato male. Piange ancora per un’ora, continuando a dire di quanto sia inutile, stupido, imbecille, maleducato. Dice che gli manca la nonna perché lui è un suo fan (questi giovani che parlano già dalla nascita come se fossero in un talent show). Si porta nel letto la foto di mia madre. I singhiozzi diventano respiri, sempre più lenti e profondi, finché finalmente si addormenta, come sempre con la fronte corrucciata e le gambe avvinghiate alle coperte.

Anche oggi la sua lotta si è conclusa. Finalmente quella mia lacrima può scendere.

Dalla psicomotricista

Oggi ho portato Alessandro dalla psicomotricista. Finora ce lo aveva sempre portato mia madre, perciò per me era la prima volta. Lui era così emozionato per il fatto di avermi lì (e per il costume di Halloween che indossava) che ha voluto che entrassi in stanza. Così ho assistito a tutta la terapia.

La dottoressa (un altro dei tanti incontri fortunati della nostra vita) gli ha proposto una serie di giochi incentrati sul meccanismo: input-controllo dell’impulso-ricompensa.

Esempio: lei era in piedi su una sedia e lui in piedi in un cerchio appoggiato sul pavimento. Lei faceva cadere un piccolo ritaglio di fazzoletto e lui, durante la lieve e lenta caduta del pezzo di carta, doveva restare immobile. Appena il fazzoletto toccava terra, lui poteva uscire dal cerchio e scatenarsi in mosse ninja. Tutto ripetuto per dieci volte. Alla fine dell’esercizio, lei gli ha detto di sedersi per mangiare le patatine e gli ha messo davanti una patatina alla volta, con molta calma, fino ad arrivare a 10, chiedendogli di non toccare nulla finché lei non avesse finito. Lui, fremendo con tutto il corpo (e limitandosi ogni tanto solo a leccare una patatina per poi rimetterla giù), ha saputo aspettare prima di iniziare finalmente a mangiare.

Lo stile della seduta è stato questo.

Io ho osservato tutto dalla mia sedia. Lui, di tanto in tanto, si girava con una sguardo d’intesa, visibilmente felice della mia presenza.

È stato molto bello percepire il suo impegno, i suoi sforzi. Sta facendo un percorso bellissimo, sta davvero sfidando se stesso con tutte le sue energie. Vedere il suo piccolo corpo faticare nell’immensa missione di cambiare alcune sfumature della sua anima mi ha colpito. Ho pensato a quanto sia difficile, anche per un adulto, cambiare strada e prendere una direzione che va contro la sua natura, persino quando la sua natura lo fa stare male.

Lui lo sta facendo, sotto forma di gioco, vero, ma lo sta facendo.

Il mondo fuori da quella stanza era un mondo di bambini all’asilo, o a casa con le loro famiglie. Lui invece era lì, a lottare.

Le mamme fuori da quella stanza pensano al colore dei quaderni, al regalo di Natale per la maestra, a quella signora che accompagna il figlio in minigonna e che attira gli sguardi dei papà. Invece io ero lì a guardare lui lottare, e ne ero fiera. Ho anche mandato giù un fiotto di pianto, lo ammetto, perché mi fa tenerezza vedere il suo sforzo, perché percepisco che sta giocando ad un gioco molto più grande di lui.

L’altro ieri si è svegliato e mi ha detto di aver fatto un sogno.

“Mamma, sono stanco, ho dormito male. Stanotte ho sognato di lottare contro me stesso.”

Ha ragione, il suo inconscio glielo ha detto con chiarezza. Ma io sono con lui, ce la posso fare.

Cose belle da fare con un bambino iperattivo (o troppo vivace)

Oggi è il mio compleanno, e siccome non è stato affatto un anno facile, voglio provare ad alleggerire. Farò solo pensieri positivi.

Quando un bambino è così vivace come il nostro, ci sono tantissime cose – cose che noi davamo per scontate ma che non lo sono affatto – che si possono fare con lui.

Inoltre, data la necessità di tenere sempre sotto controllo il bambino, si finisce per passare ogni momento libero con lui, senza poterlo “mollare” tanto facilmente ad amici o parenti disponibili (fa eccezione la pazientissima e amorevole nonna, con cui ha passato tutto il primo anno di vita mentre io tornavo a lavorare).

A volte passiamo così tanto tempo insieme che dico a Federico che sembriamo mormoni, sempre uniti, sempre vicini, una specie di clan chiuso e privo di sbocchi. La verità è che siamo ormai un meccanismo oliato e che non abbiamo molta scelta.

Per fortuna, un bambino vivace (o iperattivo, se la diagnosì verrà confermata l’anno prossimo), ti consente di fare tante cose bellissime che con altri bimbi sono più difficili. Insomma, la vita ti toglie ma al tempo stesso ti da, è così per tutti.

Ecco la mia personale classifica:

  1. lunghissime passeggiate: abbiamo sempre pensato che fosse normale per un bambino fare 2, 3, 4 o anche 5 km senza battere ciglio. Oggi sappiamo che è un dono e lo sfruttiamo. Io adoro passeggiare e spesso Alessandro mi chiede di “fare i camminatori” invece che andare in macchina. Io rispondo sempre di sí e maciniamo chilometri.
  2. trekking: come al punto 1. Abbiamo portato Alessandro su sentieri di ogni difficoltà e ha sempre camminato con incredibile energia, in salita, discesa, sui sassi, sull’erba, sui tronchi, sotto le cascate, nei ruscelli. Ovunque. È fantastico.
  3. viaggi: puoi portarlo con te in qualsiasi viaggio ben organizzato, purché ci si muova sempre e non ci si fermi mai. No ai ristoranti, alle soste in autogrill, ai pomeriggi in albergo. Sì alle escursioni, alle visite alle città d’arte, a qualsiasi attività con un punto d’inizio ed un (distante) punto d’arrivo. (Continua…)