Una giornata difficile

Questa giornata inizia con una piccola crisi nel solito marasma mattutino. Al momento di attaccare la “programmazione” sulla porta di casa (dei disegni stilizzati di tutto ciò che Alessandro farà durante il giorno; è un’abitudine che lo rassicura molto), dimentico di attaccare la figura della nonna prima di quella della psicomotricista.

“Mamma”, inizia a urlare. “Ti sei dimenticata nonna prima di Raffaella. Perché?”. La voce è strozzata dalla rabbia. “Perché? Prima di Raffaella c’è nonna, è lei che mi porta da Raffaella! Voglio strappare quello stupido disegno sbagliato!”.

Io tampono, ma ormai la crisi è partita. “Ecco, Ale, ecco nonna, la metto qui, prima di Raffaela!”. Lui si butta a terra, io lo ignoro. Fingo di mostrare al fratellino qualcosa; Ale si incuriosisce, si distrae, si ferma. In qualche modo, riusciamo ad uscire di casa.

Alle 10 sono in ufficio già da un’ora. Mi arriva una chiamata dalla scuola. Sono abbastanza tranquilla perché in quel momento Alessandro non è a scuola, è a psicomotricità. Sarà qualcosa di burocratico. Richiamo e la responsabile della scuola mi dice che il giorno prima è successo di tutto. Lui non vuole più dormire di pomeriggio perché ormai ha 4 anni e mezzo, è fisiologico. Ma la maestra di sostegno va via alle 13 e le ore del pomeriggio non possono essere affrontate se lui non va a dormire. Ne va della sua serenità, ne va della serenità della classe. La responsabile mi chiede di valutare di farlo uscire prima un paio di volte a settimana. Io rispondo di sì, penso che mia madre mi potrà aiutare anche questa volta. Mi sento in colpa, è vero, ma che scelta ho? Un giorno la ripagherò di tutti questi sacrifici, mi dico. Anche se un figlio non potrà mai ripagare del tutto un genitore, adesso lo so.

Sono le 10 e sono stanca come se fossero già le 23. Alle 11 arriva il messaggio della responsabile della scuola: “Ciao mamma, la nonna non riesce a far entrare Alessandro. Sono tutti e due qui fuori e lui continua a scappare. Non so se sia il caso di farlo stare a scuola oggi…”

Chiamo mia madre e mi dice che in effetti se l’è riportato a casa. Non è riuscita a convincerlo, non c’è stato verso. Tutto è nato da una sua arrabbiatura nello studio della psicomotricista, dopo la quale non si è più calmato. “Va bene”, le dico, “esco prima e ti raggiungo, così puoi andare a fare quella tua visita.”

Lo trovo seduto su una poltrona con due occhiaie profonde, un po’ frastornato. Lo porto a casa (altre piccole crisi, subito sedate), penso di andare magari a fare una passeggiata ma piove, lo vedo stanchissimo, io stessa mi sento svuotata, vorrei che fosse già notte, ma sono solo le 15. Trascorriamo il tempo facendo un ciambellone, in qualche modo la sera arriva.

Decide di mandare un messaggio vocale al papà. Incredibili le sue parole, tanto che non ho ancora deciso se sono di reale pentimento o solo estremamente furbe.

“Papà io oggi non sono andato a scuola, sono rimasto con nonna. Non sono andato perché ero ancora arrabbiato con Raffaella e avevo paura di fare cose cattive a scuola se entravo…”

Dopo cena, cronaca di una tragedia annunciata, la bolla esplode. Arriva la crisi, il pretesto è un pretesto qualsiasi. Inizia il lancio dei giochi e degli oggetti, un libro della biblioteca comunale viene strappato (sto ancora pensando a cosa dirò quando andrò a restituirlo), partono cazzotti, calci. Guardo Federico dritto negli occhi e gli dico: “Ignoriamolo. Non raccogliamo assolutamente nemmeno mezza provocazione”. Lavo i piatti e scende la lacrima che stava appesa lì dalla mattina, ma non è ancora il momento di piangere, la crisi è in atto.

Fingendo di non provare dispiacere davanti alle sue sfide a viso aperto, vediamo che poco a poco l’intensità della sua rabbia si affievolisce. Poi torna a montare, un’aranciata viene rovesciata, vola qualche altra cosa. Cala nuovamente, lui se ne va in cameretta e si nasconde dietro al letto. Dopo 10 minuti di strano silenzio, sentiamo dei singhiozzi.

Federico si chiude in camera con lui. I singhiozzi diventano pianto inconsolabile.

“Sono solo uno stupido imbecille maleducato che fa cose brutte. Sono inutile. Sono inutile. Sono un bambino inutile”.

E poi, poco dopo: “Perché siamo nati? Perché si è formata la Terra? Vorrei che il mondo non esistesse, così non esisterebbero i bambini e non esisterei nemmeno io”.

Adesso che la rabbia è passata, anche lui vede con chiarezza quanto si è comportato male. Piange ancora per un’ora, continuando a dire di quanto sia inutile, stupido, imbecille, maleducato. Dice che gli manca la nonna perché lui è un suo fan (questi giovani che parlano già dalla nascita come se fossero in un talent show). Si porta nel letto la foto di mia madre. I singhiozzi diventano respiri, sempre più lenti e profondi, finché finalmente si addormenta, come sempre con la fronte corrucciata e le gambe avvinghiate alle coperte.

Anche oggi la sua lotta si è conclusa. Finalmente quella mia lacrima può scendere.

Dalla psicomotricista

Oggi ho portato Alessandro dalla psicomotricista. Finora ce lo aveva sempre portato mia madre, perciò per me era la prima volta. Lui era così emozionato per il fatto di avermi lì (e per il costume di Halloween che indossava) che ha voluto che entrassi in stanza. Così ho assistito a tutta la terapia.

La dottoressa (un altro dei tanti incontri fortunati della nostra vita) gli ha proposto una serie di giochi incentrati sul meccanismo: input-controllo dell’impulso-ricompensa.

Esempio: lei era in piedi su una sedia e lui in piedi in un cerchio appoggiato sul pavimento. Lei faceva cadere un piccolo ritaglio di fazzoletto e lui, durante la lieve e lenta caduta del pezzo di carta, doveva restare immobile. Appena il fazzoletto toccava terra, lui poteva uscire dal cerchio e scatenarsi in mosse ninja. Tutto ripetuto per dieci volte. Alla fine dell’esercizio, lei gli ha detto di sedersi per mangiare le patatine e gli ha messo davanti una patatina alla volta, con molta calma, fino ad arrivare a 10, chiedendogli di non toccare nulla finché lei non avesse finito. Lui, fremendo con tutto il corpo (e limitandosi ogni tanto solo a leccare una patatina per poi rimetterla giù), ha saputo aspettare prima di iniziare finalmente a mangiare.

Lo stile della seduta è stato questo.

Io ho osservato tutto dalla mia sedia. Lui, di tanto in tanto, si girava con una sguardo d’intesa, visibilmente felice della mia presenza.

È stato molto bello percepire il suo impegno, i suoi sforzi. Sta facendo un percorso bellissimo, sta davvero sfidando se stesso con tutte le sue energie. Vedere il suo piccolo corpo faticare nell’immensa missione di cambiare alcune sfumature della sua anima mi ha colpito. Ho pensato a quanto sia difficile, anche per un adulto, cambiare strada e prendere una direzione che va contro la sua natura, persino quando la sua natura lo fa stare male.

Lui lo sta facendo, sotto forma di gioco, vero, ma lo sta facendo.

Il mondo fuori da quella stanza era un mondo di bambini all’asilo, o a casa con le loro famiglie. Lui invece era lì, a lottare.

Le mamme fuori da quella stanza pensano al colore dei quaderni, al regalo di Natale per la maestra, a quella signora che accompagna il figlio in minigonna e che attira gli sguardi dei papà. Invece io ero lì a guardare lui lottare, e ne ero fiera. Ho anche mandato giù un fiotto di pianto, lo ammetto, perché mi fa tenerezza vedere il suo sforzo, perché percepisco che sta giocando ad un gioco molto più grande di lui.

L’altro ieri si è svegliato e mi ha detto di aver fatto un sogno.

“Mamma, sono stanco, ho dormito male. Stanotte ho sognato di lottare contro me stesso.”

Ha ragione, il suo inconscio glielo ha detto con chiarezza. Ma io sono con lui, ce la posso fare.

Superare il senso di inadeguatezza

Tutto nasce dal mio peggior difetto: la permalosità. Ci provo da sempre a limare questa odiosa caratteristica, ma non è semplice. Di contro, ho molta forza di volontà e mi impegno per fare bene le cose, anche per non sentirmi dire da qualcuno che ho sbagliato qualcosa. Quando perciò mio figlio ha iniziato a mostrare comportamenti ribelli o comunque non corrispondenti al modello del “bravo bambino”, io mi sono subito sentita giudicata come genitore e, al contempo, ho messo in dubbio la mia capacità di educare.

Si tratta di un meccanismo perverso, che non fa che generare ansia da prestazione in mio figlio. Io mi sto impegnando davvero tanto per superarlo, anche se significa demolire alcune parti di me che io definirei strutturali. Perché se è vero che il mio essere permalosa mi rende spesso arcigna e perfezionista, è altrettanto vero che sono una persona leale, che tiene fede agli impegni costi quel che costi, che è sempre puntuale, e così via. Possibile che i miei pregi siano un problema per mio figlio? Sì, possibile.

In questi anni ho imparato una cosa: i figli ti obbligano a crescere e a superare i tuoi limiti. Il mio limite è sempre stato la paura del giudizio altrui ed eccolo là, voilà, un bambino con dei comportamenti al di fuori della norma, al di fuori dello standard, nel bene e nel male. Un bambino che porta le maestre a lamentarsi, che nei suoi momenti peggiori si attira addosso gli sguardi di riprovazione delle altre persone . Un bambino di cui il gruppo whatsapp dei genitori parla male nonostante sappia che tra i partecipanti ci sono anche io, sua madre.

Un bambino eccezionale, è vero, che nei suoi momenti di buonumore non puoi fare a meno di notare. Un bambino a cui chiunque, per strada, fa regali semplicemente perché attratto dal suo carattere o divertito dalle sue battute di spirito. Ma anche un bambino eccezionalmente nervoso, scattoso, irascibile, iracondo, così difficile da avvicinare quando non è proprio in vena.

E invece io ho sempre voglia di piacere a tutti. Io, la signora sorriso stampato in faccia, che detesto fare polemica, odio litigare a meno che non si tratti di litigare con le persone con cui ho un legame stretto, quelle con cui posso ricucire subito dopo. Può sembrare contraddittorio, ma ho sempre odiato questo tratto così diplomatico del mio temperamento, mi è sempre sembrato un limite più che una risorsa. Non sarà un caso se il mio compagno e le mie migliori amiche sono fieri combattenti sempre pronti a dare battaglia per le cause a cui tengono. Confesso che, a volte, ho fatto combattere loro al posto mio. Non ne vado fiera, ma l’ho fatto. Loro, del resto, sanno che se c’è bisogno di razionalizzare e trovare soluzioni realistiche ad un problema, oppure se c’è da intavolare una trattativa, io sono la persona adatta.

Insomma, non sono un fuoco che arde, lo riconosco. E allora cosa fa il destino? Mi consegna questo bambino che è solo fuoco. Tutto completamente rosso.

Piccola parentesi: il valore delle prove

Penso che le prove arrivino a chi è in grado di sostenerle. Eppure, in questi giorni di grande sconforto, fatico a trovare le risorse per sostenere il mio compito. Sento il peso della responsabilità, sento le mie gambe in una specie di palude che prova a portarmi giù, e a volte sarebbe così semplice andare giù, senza pensare più a niente. Sarebbe semplice perché mi pare di non vedere la fine di questo acquitrino. Non mi spaventano le sfide, nonostante il mio carattere diplomatico, io amo le sfide e a modo mio sono molto forte. Ma devo avere davanti il mio obiettivo, altrimenti mi scoraggio e perdo la motivazione. Ecco, in questi giorni di grande sconforto, ho perso di vista l’obiettivo. Qual è? Imparare a gestire la situazione a casa? Aiutare mio figlio a crescere più forte? Aiutare la scuola a trovare la chiave per gestire i suoi momenti negativi? Affrontare la psicomotricità nelle piccole conquiste e nei piccoli inciampi quotidiani? Sì, forse questi sono i micro-obiettivi, ma mi manca una visione d’insieme, il grande traguardo finale. Vorrei il lieto fine, sì, l’ho detto. Ma questa è la vita, e il lieto fine non c’è, è solo questione di vivere al meglio ogni giorno. Lo so, sto cercando di accettarlo, ma adesso mi pare di non averne la forza. Sono nella palude, e questa prova mi pare ingiusta. Mi sto facendo la più classica delle domande vittimiste: perché a me? La mia fede nel valore delle prove sta vacillando, non mi sento poi così certa che le prove capitino a coloro che le possono sostenere. Forse capitano a caso, estratte dal bussolotto della sfiga. Sì, forse sì, e accettarlo sarebbe come raggiungere la saggezza massima, quella delle persone anziane che hanno vissuto tutte le guerre di una vita prima di arrivare alla conclusione che, tutto sommato, la cosa importante è essere riusciti a non morire prima degli altri.

Ma, se lo accettassi, dovrei rivoluzionare il mio modo di vedere le cose, di affrontare i problemi, di sopportare il dolore. Forse lo farò e alla fine mi rassegnerò all’ineluttabile verità, ovvero che le cose possono capitare a chiunque e in qualunque momento, senza possibilità di controllare o prevedere nulla. Ma prima di arrivarci, voglio credere ancora un po’ che le difficoltà siano commisurate alla forza d’animo di chi le incontra. Perché se smetto di farlo, non so proprio come potrò uscire da questo mio momento “no”.

Ma veniamo al punto

Torniamo al problema sollevato all’inizio, ovvero quanto sia difficile superare il senso di inadeguatezza quando i comportamenti di tuo figlio sembrerebbero indicare una tua insufficienza nel compito di educarlo. In realtà, quando alla fine arrivi alla diagnosi di ADHD o iperattività, le nubi per un istante sembrano diradarsi. Per anni hai creduto di essere una pessima madre e all’improvviso ti rendi conto che non sei stata né migliore né peggiore di qualunque altra madre, sei stata sufficientemente brava come tutte le madri, hai fatto come ogni madre ciò che era nelle tue possibilità e non hai peccato in nulla. Arriva la diagnosi e quel peso che avevi sul cuore cade improvvisamente. Ne arriva un altro, ancora più grande, perché realizzi che il “problema”, anche se il termine problema davvero non mi piace, ce l’ha tuo figlio, ma questo è un altro capitolo.

So che è orribile anche solo pensarlo, ma io con al nostra diagnosi a metà (che dovrà essere confermata o smentita tra un anno) mi sono sentita ricompensata per tutte le volte che qualcuno mi ha detto che non sapevo dare regole, che non volevo dare regole, oppure che davo troppe regole, che ero anaffettiva, oppure che ero troppo affettuosa, che l’avevo mandato troppo tardi a scuola, oppure che ce l’avevo mandato troppo presto, che lavoravo troppo, oppure che lavoravo troppo poco, che avevo dato troppe poche sberle o che ne avevo date troppe, e potrei continuare per ore.

Sono una donna meschina, ma per me è stata quasi una rivincita. Una disperata rivincita senza nessun vero vincitore. Una rivincita non solo inutile, ma anche umiliante, perché sentirmi appagata per la possibilità di smentire tutte le voci petulanti ascoltate non ha fatto che confermare il mio eccessivo attaccamento a quelle voci petulanti, le stesse che mi hanno fatto tanto male.

Il giudizio non esiste se chi è giudicato non avverte il potere giudicante delle parole di chi giudica. O no?

Ma io lo sento, l’ho sempre sentito. A scuola, in famiglia, sul lavoro: io voglio essere quella brava ragazza che svolge il compito alla perfezione. Per me, fare i conti con una quotidianità familiare turbolenta, turbata da un piccolo quattrenne che mi urla contro cose orribili, che ho paura anche a ripetere, non è solo un’umiliazione, è una sconfitta.

Ma, e qui voglio tornare al punto iniziale, io voglio credere che le cose capitino sempre per qualche motivo, e allora credo che Alessandro sia la mia occasione per uscire dagli steccati in cui vivo, per superare me stessa e scoprire il mio lato nascosto. Mentre lo scrivo, mi accorgo che sto facendo ancora un altro errore: sto proiettando addosso a mio figlio le mie aspettative, lo sto caricando di un compito che non dovrebbe spettare a nessun figlio, quello di salvare il proprio genitore.

Mi accorgo che dovrei smettere anche solo di pensarci su. Dovrei sedermi ad aspettare il nulla, dovrei sedere e fare come gli anziani che hanno fatto la guerra, accettare e punto. Ma stasera fatemi credere che ci sia qualcosa anche per me in questa situazione. Fatemelo credere, siate clementi.

Cose belle da fare con un bambino iperattivo (o troppo vivace)

Oggi è il mio compleanno, e siccome non è stato affatto un anno facile, voglio provare ad alleggerire. Farò solo pensieri positivi.

Quando un bambino è così vivace come il nostro, ci sono tantissime cose – cose che noi davamo per scontate ma che non lo sono affatto – che si possono fare con lui.

Inoltre, data la necessità di tenere sempre sotto controllo il bambino, si finisce per passare ogni momento libero con lui, senza poterlo “mollare” tanto facilmente ad amici o parenti disponibili (fa eccezione la pazientissima e amorevole nonna, con cui ha passato tutto il primo anno di vita mentre io tornavo a lavorare).

A volte passiamo così tanto tempo insieme che dico a Federico che sembriamo mormoni, sempre uniti, sempre vicini, una specie di clan chiuso e privo di sbocchi. La verità è che siamo ormai un meccanismo oliato e che non abbiamo molta scelta.

Per fortuna, un bambino vivace (o iperattivo, se la diagnosì verrà confermata l’anno prossimo), ti consente di fare tante cose bellissime che con altri bimbi sono più difficili. Insomma, la vita ti toglie ma al tempo stesso ti da, è così per tutti.

Ecco la mia personale classifica:

  1. lunghissime passeggiate: abbiamo sempre pensato che fosse normale per un bambino fare 2, 3, 4 o anche 5 km senza battere ciglio. Oggi sappiamo che è un dono e lo sfruttiamo. Io adoro passeggiare e spesso Alessandro mi chiede di “fare i camminatori” invece che andare in macchina. Io rispondo sempre di sí e maciniamo chilometri.
  2. trekking: come al punto 1. Abbiamo portato Alessandro su sentieri di ogni difficoltà e ha sempre camminato con incredibile energia, in salita, discesa, sui sassi, sull’erba, sui tronchi, sotto le cascate, nei ruscelli. Ovunque. È fantastico.
  3. viaggi: puoi portarlo con te in qualsiasi viaggio ben organizzato, purché ci si muova sempre e non ci si fermi mai. No ai ristoranti, alle soste in autogrill, ai pomeriggi in albergo. Sì alle escursioni, alle visite alle città d’arte, a qualsiasi attività con un punto d’inizio ed un (distante) punto d’arrivo. (Continua…)