Nessuno ti verrà a salvare

Poco prima di Natale, un’altra piccola delusione dalla scuola. L’insegnante di sostegno privata di Alessandro, da un giorno all’altro e senza preavviso, ha lasciato il lavoro. Avrà avuto le sue motivazioni personali, ma ci sono mestieri che hanno a che fare con il benessere di altre persone e, ecco, in quei casi non è che si possa sparire senza nemmeno un saluto, senza preparare il bambino, senza trovare un’alternativa.

Al momento, a un mese e mezzo di distanza, non abbiamo ancora nessun sostituto e le maestre della scuola si stanno alternando per supplire al disservizio. Per fortuna, le vacanze di Natale ci hanno messo una toppa, ma cosa succederà da qui a giugno è ancora un mistero.

La cosa bella è che non mi importa. Davvero, non mi importa. Qualunque cosa succeda, la affronteremo come abbiamo fatto finora. Imprevisti, cose brutte, ma anche belle sorprese: vediamo che accadrà, ci penseremo a tempo debito. Tra neuropsicomotricità, parent training e mille sfide da affrontare ogni giorno, credo che stiamo già facendo tutto il possibile, il resto dovrà fare il suo corso.

Soltanto tre settimane fa, invece, avevo il morale sotto le scarpe. La maestra di sostegno aveva appena abbandonato la nave, le maestre ordinarie erano completamente nel pallone e mi chiamavano ogni giorno per raccontarmi cosa accadeva a scuola, a casa la situazione stava di nuovo peggiorando.

Finché, una sera, Daniele mi ha detto qualcosa di semplice e disarmante che ha cambiato totalmente il mio modo di vivere la situazione.

Daniele è un mio amico. L’ho conosciuto a 16 anni, ci siamo persi e ritrovati diverse volte senza mai smarrire l’affetto reciproco. Adesso lui vive in Germania con la sua famiglia e, viva Whatsapp, lo sento molto più spesso di quando viveva a Roma.

Dopo aver ascoltato uno dei miei interminabili messaggi vocali con gli ultimi svolgimenti della storia, anche lui mi ha mandato un messaggio audio piuttosto lungo, in cui mi diceva di voler ribaltare il mio punto di vista.

“Lo sai, La’, tutta ‘sta situazione è assurda, ma io te la voglio far vedere così: è assurda? Va bene, te ne fai carico, ma la prendi per quella che è, perché tanto è così. Sì, ci sei rimasta male di quella del sostegno andata via, e ti dispiace che nessuno si assuma la responsabilità di questa situazione, ma tanto è così.

Nessuno ti verrà a salvare.

Non possiamo aspettare che arrivi qualcuno, ci faccia una carezza sulla guancia e ci dica che risolverà la situazione, perché ‘sto mondo non ha spazio per i deboli, non ha spazio per bambini e anziani normali, figuriamoci per quelli con necessità speciali.”

(E vabbè, Daniele, per poter essere mio amico, non poteva che essere profondamente polemico e anti-sistema. Ora però riprendo il racconto).

“Adesso ci siete tu, Federico e i bambini; voi dovete affrontare la situazione, così come state già facendo e senza aspettarvi niente da nessuno. Poi mi dici che non vedi soluzione, ma la soluzione non la devi nemmeno cercare, la soluzione arriverà da sola, un giorno, semplicemente seguendo la vostra strada, che a me sembra giusta e che magari correggerete quando ce ne sarà bisogno. Come la maratona, La’…”

(Sì, sempre Daniele, per poter essere mio amico, non poteva che essere sportivo e/o competitivo. Un attimo di pazienza che concludo).

“La maratona è quella cosa che a un certo punto ti fa pensare ‘Ma chi me l’ha fatto fare?’, ma è solo perché sei a metà e sei stanco, allora ti devi concentrare sui tuoi passi, sulla strada, non pensare più all’arrivo, finché al traguardo non ci arrivi davvero. La maratona è la strada, non è mica il traguardo, che ti credi. Che poi è pure giusto, perché se pensi solo all’arrivo che fai? Ci arrivi, ok, e poi? Come la settimana, che uno arranca arranca arranca, arriva la domenica, poi però è subito di nuovo lunedì. No, bisogna guardarsi i piedi mentre si va avanti e quella è già la vita, non ciò che verrà dopo come ricompensa.”

Oh, davvero, non so perché. Non che prima queste cose non le sapessi o non le pensassi già, però non riuscivo a farle mie. Invece, dopo le sue parole, mi sono fatta un ultimo piccolo pianto e poi ho smesso. Ho ripreso qualche giorno dopo, certo, non sono mica un robot, ma ora è diverso, mi sento più forte. Pronta ad affondare il tallone nel cemento, centimetro dopo centimetro e, davanti agli occhi, un obiettivo “micro” per zoomare tutto al massimo e non perdermi nemmeno un dettaglio del meraviglioso fango in cui avanzo.

Signora, non è pronto per la scuola

No, non ce la faccio ad aspettare. Mi ero ripromessa di non scrivere neanche una parola su questo primo anno di scuola dell’infanzia finché non fosse iniziato il secondo presso il nuovo istituto, ma sono successe cose troppo importanti per non partire con il racconto.

Prima però vorrei spiegare, soprattutto a me stessa, il vero motivo per cui ho rotto solo oggi il silenzio stampa. Il fatto è che ho paura, una paura molto grande, quasi paralizzante, che qualcosa vada storto, di nuovo. Ho paura che non ci sia posto per Alessandro e i suoi comportamenti poco socievoli (per usare un eufemismo) nemmeno nella classe che lo accoglierà a settembre. Ho paura di sentire di nuovo l’ombra di quel giudizio addosso, quello che ci hanno proiettato addosso da settembre a giugno, e che non ha affatto aiutato nella nostra situazione, ma anzi ha peggiorato tutto. Il timore di non riuscire, l’ansia del fallimento (nostro, come genitori, e di Alessandro, come bambino) mi avevano indotto a rimandare a settembre, magari anche a ottobre, il momento del racconto dell’anno scolastico appena concluso. Volevo prima accertarmi che tutto filasse liscio, che il nuovo capitolo iniziasse senza intoppi. Poi però è arrivato il 24 giugno, due giorni alla fine della scuola, e ho capito che avevo bisogno di iniziare a sbrogliare la matassa. E inizierò proprio da lì, dalla fine, dal 24 giugno. Quando ho portato Alessandro in una scuola già quasi vuota, già molto calda, dove la sua maestra mi ha chiesto di fare una breve chiacchierata.

24 giugno

In tutti questi mesi, portare o prendere Alessandro a scuola ha rappresentato un problema. Sono entrata di solito con la testa bassa, per paura di essere riconosciuta dal genitore di qualche bambino morso dal mio (sì, perché Alessandro morde. Lui, che è capace di dire cose come “mamma sento il rombo di un motore in lontananza” o “non si intravede neppure l’ombra di un mostro all’orizzonte”, quando si arrabbia morde come il più primitivo degli uomini, con la bava alla bocca come un cane). Oppure per il timore del rimprovero delle maestre per qualche comportamento inappropriato di mio figlio, che in 9 mesi – mi è stato riferito con cura di particolari – ha lanciato, strappato, tirato, sporcato qualunque cosa. Da un po’ ha anche iniziato a non trattenere più i bisogni. Sì, sempre quel bambino che usa le metafore e che sa quasi leggere a 3 anni, se l’è fatta addosso ogni giorno per quasi 4 mesi. Non è stato cambiato dalle insegnanti o dalle bidelle neppure una volta, in 4 mesi. Non lo prevede il loro contratto, mi è stato spiegato.

Solo 4 giorni prima, il 20 giugno, la maestra mi ha contattato per raccomandarsi di lavorare sul “problema” nei mesi estivi. Ne ho approfittato per riferire che l’incidente – salvo rarissime eccezioni – si verifica solo a scuola, ed ha iniziato a presentarsi in particolare dopo che:

  1. Alessandro ha cominciato a passare la mattinata in una classe diversa dalla sua (un espediente usato per alleggerire la sua classe d’appartenenza e al tempo stesso per stimolare il bambino grazie al clima più sereno della classe ospitante)
  2. le bidelle si sono lamentate con lui di aver fatto uno schifo in bagno. Testuali parole (io ero presente): “Alessà, hai fatto davvero uno schifo”. Che per un bambino è come dire “la tua cacca fa schifo”, ovvero “tu fai schifo”.

La maestra mi ha ascoltata, ha anche mostrato imbarazzo davanti a queste mie osservazioni, ma la questione è finita lì, con me che prometto di lavorare sul “problema” a casa, d’estate.

Arriva il 24 giugno. Mancano due giorni alla fine della scuola. Negli ultimi 4 mesi le maestre non hanno mai avuto tempo di cambiare le mutande a mio figlio, ma una di loro ha trovato il tempo di scrivere una relazione alla dirigenza scolastica, un documento al quale io non avrò accesso se non – forse – dietro rilascio di una speciale autorizzazione da parte del preside. La maestra mi spiega che nel documento ha sottolineato i miglioramenti di Alessandro nel corso dell’anno scolastico. Gli episodi di aggressività sono diminuiti in maniera drastica, anche se occasionalmente si ripresentano. La capacità di concentrarsi sulle schede didattiche è aumentata e si dimostra più collaborativo. Al tempo stesso il bambino da segnali di insofferenza verso il tempo pieno, per cui si consiglia il tempo ridotto. Bene, sono sottolineature che reputo superflue a fine anno, ma mi importa poco. Quei concetti li ho sentiti e risentiti tutto l’anno, non so che senso abbia ribadirli a giugno, forse solo convincerci finalmente a metterlo in una classe a tempo ridotto, ma sono ormai vaccinata a quel genere di pressing psicologico. Ed invece è a questo punto che arriva la doccia fredda. La maestra prosegue: “E poi sa, signora, ho dovuto scrivere nella relazione che Alessandro non ha il controllo sfinterico.”

Non ci credo, sta usando quella scusa, proprio quella.

Provo a controbattere: “Maestra, deve essere qualcosa che è successo a scuola, forse una protesta, perché accade solo qui e poi da quando le bidelle…”

“Signora, non è mica detto che dipenda dalla scuola. Voglio dire che ne ho viste tante di storie simili che non dipendono dalla scuola, magari hanno origine in qualcosa che è successo prima, e poi Alessandro ha sempre avuto questo problema, no?”

Si sta riferendo ad una storia che le ho raccontato io, al fatto che togliergli il pannolino sia stato più difficile del previsto. Ma quando aveva due anni.

“Comunque, signora, senza controllo sfinterico – glielo devo dire per correttezza – in teoria non si potrebbe frequentare la scuola…”

Ho capito dove vuole andare a parare.

“Quindi, maestra, a settembre non verrà ammesso?”

“No, questo non lo so, però in teoria… Comunque voi lavorate sul ‘problema’ tutta l’estate e poi si vedrà. Signora, sono tutti segnali che ci dicono una cosa sola: Alessandro non è pronto per la scuola. Io questo glielo dico sempre per il bene del bambino, non mi fraintenda”.

Vado via, lasciandolo lì. Forse davvero non è pronto per la scuola, ma io lo lascio lì.

Forse invece la scuola non è pronta per lui, ma io lo lascio lì.

Forse in quella scuola vedono un bambino diverso da quello che esiste realmente. Ma io lo lascio lì.

Perché non ho altra scelta.

11 luglio

Inizia finalmente il centro estivo, organizzato dalla scuola dove Alessandro andrà a settembre. Non è ancora la nuova vita che attendiamo con ansia, ma almeno lui ha la preziosa occasione di familiarizzare con quella che diventerà la sua seconda casa.

I primi 3 giorni sono perfetti, ma non avevo nessun dubbio: lui adora e si lascia distrarre dalle novità. Il problema è la routine, accettare le regole, la socialità condivisa. So già che tutto questo, in un contesto di libertà poco strutturato come quello di un centro estivo, sarà difficile da gestire per lui.

Il quarto giorno, la maestra mi riferisce che ha morso dei bambini. Il settimo mi chiede un piccolo colloquio.

Mi reco a scuola con la coda tra le gambe. Vivo di nuovo tutto il campionario delle emozioni negative, dalla vergogna alla frustrazione, fino alla rabbia verso mio figlio e la sua incapacità di sottostare a delle regole, di rispettare gli altri bambini. Fuori scuola, vedo dei genitori e sento i loro occhi addosso a me, come se già sapessero che sono la madre del bambino che fa casino, che crea problemi, che morde i loro figli.

Ma poi arriva la maestra, che sorride, mi dice con delicatezza che è successo qualcosa di spiacevole ma al tempo stesso mi parla di empatia, di condivisione, mi fa vedere mio figlio per quello che è. Più serena e finalmente messa su un piano di parità , le spiego che lui ha una forte insicurezza che lo porta ad aggredire quando si sente aggredito, anche se magari l’aggressione è solo nella sua testa. Mi ascolta con interesse, mi dice allora che proverà ad encomiarlo per le cose che fa bene piuttosto che demonizzarlo per quelle che sbaglia.

A me risuonano nella testa soprattutto queste parole: “da settembre lo indirizzeremo…”. Pronunciate con il sorriso, con la serenità di chi ha la situazione sotto controllo. C’è una strada. Mio figlio è aggressivo con tutti, ma c’è una strada.

Mio figlio morde, è vero, ma c’è una strada.

Mio figlio reagisce in maniera brutale quando non è perfettamente a suo agio. Ma c’è una strada.

Questa strada porta da casa a scuola, e poi da scuola a casa. Non è vero (almeno spero, ma lo scrivo soprattutto per scaramanzia) che non è pronto per la scuola.

Esiste una scuola che saprà adattarsi alle sue necessità e che al tempo stesso gli insegnerà ad adattarsi al mondo, perché è questo che fa la scuola, è soprattutto una scuola di vita.

Con tutti questi bei pensieri nella testa, me ne vado al lavoro. La sera forse scoprirò che Alessandro ha dato altri morsi, o trasgredito ad altre regole, ma questo non mi farà sentire perduta come madre o arrabbiata con lui. Mi farà solo vedere la situazione per quella che è realmente: noi tutti, noi genitori e lui bambino, siamo nel mezzo di un percorso che ci porterà, presto o tardi, a trasformare la sua aggressività in energia positiva.

Come è andata a finire la storia dell’incontinenza

Che ci crediate o no, Alessandro ha smesso di avere i suoi incidenti a scuola esattamente il 20 giugno, il giorno in cui la maestra mi ha contattato. Forse le ha voluto dimostrare che si sbagliava.

Che ci crediate o no, al centro estivo non ha avuto nessun problema con il bagno, nonostante ci passi ancora più ore che alla scuola dell’infanzia.

Forse è finita la sua protesta viscerale, quella con cui ha voluto dimostrare non tanto di non essere pronto per la scuola, ma di non voler avere più niente a che fare con quella scuola. Proprio quella, solo con quella spero (e continuo a scriverlo per scaramanzia, perché in fondo mancano ancora due mesi a settembre).