La ginestra sta sempre là

Oggi sono passata davanti alla vecchia scuola di Alessandro e ho visto la ginestra accanto al cancello d’ingresso. I suoi dritti rami spettinati si affacciavano dalla ringhiera sgretolata come dita di un carcerato affamato di sole. Era bellissima con la sua fioritura giallo intenso e le piccole foglie carnose, rade e brillanti.

L’anno scorso, nei momenti peggiori, vederla era una consolazione. Era una delle poche cose belle di quella scuola e cercavo di pensare a lei, soltanto a lei, ogni volta che svoltavo l’angolo per raggiungere l’edificio quando le maestre mi chiedevano di andare a prendere Alessandro con urgenza.

Le ero così affezionata che per tutta la primavera, e poi in estate, ho pensato di piantare una ginestra anche nel nostro giardino. Volevo che qualcosa della scuola, qualcosa di bello, restasse anche a me, e che mi aiutasse a dimenticare – o forse a perdonare – tutto ciò che che era stato fatto a mio figlio.

Per esempio le urla feroci contro di lui quando pensavano che nessuno li stesse ascoltando.

O quel chiamarlo “monello” davanti alla baby sitter.

O la mancanza di pietà davanti a un bambino che ogni giorno, per mesi, è stato lasciato nelle sue mutande sporche perché questo prevede il contratto di insegnanti e bidelli.

Oppure il mandarlo per punizione nelle altre classi, dove le maestre lo indicavano agli alunni come “il bambino cattivo”.

E il fatto che lui per gli altri bambini fosse ormai esattamente questo: il bambino cattivo, con cui tutti avevano paura di giocare. Tanto che all’uscita, alla mia domanda su come fosse andata a scuola, lui per mesi mi ha risposto sempre nello stesso modo: “A me bene, invece quello cattivo ha fatto le monellerie”. Avere un alter ego gli consentiva di confessarsi con me. Un alter ego a tre anni.

Però c’è anche il risvolto della medaglia: se le maestre non si fossero lamentate dal primo giorno, se fossero state più accomodanti, tolleranti e rassicuranti, non avremmo probabilmente mai iniziato così presto il percorso per la diagnosi dell’ADHD, che oggi ci consente di avere un vantaggio temporale non indifferente rispetto all’inizio delle scuole elementari, e che più di ogni altra cosa ci permette di vivere la quotidianità con consapevolezza e serenità.

Il fiore del deserto

Sono passati undici mesi dalla conclusione dello sciagurato anno scolastico 2018-2019. Alessandro ha cambiato scuola, ha una maestra di sostegno con cui ha iniziato un bel percorso, sappiamo che è un bambino con ADHD, da diverse settimane è a casa come tutti gli altri bambini italiani e prosegue con le sue terapie, seppur a distanza attraverso il computer.

L’anno scolastico 2018-2019 sembra lontano anni luce, ma oggi sono passata davanti a quella scuola e la ginestra era sempre nello stesso posto, il mio bellissimo fiore del deserto. Resistente a tutto, resistente come abbiamo saputo essere anche noi, sfavillante come quei fiori che sanno nascere nella miseria di una strada scalcagnata e di un cancello arrugginito.

Sta lì, continua a rigenerarsi anno dopo anno e so che se la passa bene, perché io e lei ce la intendiamo.

Alla fine la diagnosi è arrivata

E ha confermato tutto.

Alessandro “presenta disturbo ipercinetico con difficoltà attentive e disregolazione comportamentale”.

Ora è scritto su un atto pubblico ufficiale. Non si torna più indietro, non che ne avessi intenzione, del resto.

La diagnosi è arrivata due settimane fa. In questi 14 giorni non ho avuto tempo per scrivere, ma ho avuto tempo per metabolizzare.

Non mi aspettavo nulla di diverso, solo nutrivo ancora una speranza, anche se minuscola, che tutto alla fine si risolvesse in un grande fuoco di paglia.

Il mio sogno piccolo piccolo era di chiamare le mie amiche e dire loro: “Tutto a posto, ci siamo preoccupati per nulla. Alessandro è solo molto vivace.”

E poi magari un giorno leggere qualche notizia su qualche bambino con autismo o con Asperger o, appunto, con ADHD, e sentirmi sfiorata da un ciclone che, però, non mi avrebbe mai davvero travolta.

Invece mi ha travolto, eccome se mi ha travolto, ma è un ciclone straordinario. Un ciclone che si chiama Alessandro.

La cosa che mi ha colpito di più della diagnosi è che contiene delle sigle strane. Ho approfondito: sono le sigle corrispondenti al tipo di patologia nel sistema di classificazione delle malattie.

Quindi mio figlio è una sigla, è stato incasellato.

Ha un’etichetta. E quante persone incontrate in questi anni mi hanno detto: “non fidarti delle etichette”. Peccato che poi le etichette gli siano state appiccicate addosso centinaia di volte, ogni volta che mostrava comportamenti inopportuni, quindi con una certa frequenza. Allora mi dico: non è meglio avere un’etichetta che spieghi il senso di certe sue arrabbiature, piuttosto che ricevere l’etichetta di bambino arrabbiato?

Adesso inizieremo un percorso burocratico che porterà al riconoscimento ufficiale del sostegno scolastico (per ora ha solo quello privato, pagato da noi) e dell’invalidità. Una legge ci tutelerà e, insieme, ci inserirà in una categoria. Adesso siamo una categoria. Mi fa paura, mi fa sentire in un certo senso vincolata, ma mi fa sentire anche meno sola.

Tutto ruotava attorno a questa situazione anche prima di due settimane fa. Adesso continuerà a farlo, ma sarà riconosciuto e forse avremo degli aiuti, o forse no, ma almeno saprò rispondere meglio a chi proverà a dargli delle etichette che saranno, quelle sì, del tutto sbagliate, come ad esempio:

“Sei cattivo”.

“Sei tremendo”.

“Non ti stanchi mai, eh?”

“Sei arrabbiato”.

“Sei maleducato”.

Ma anche a noi genitori:

“Avete un cattivo rapporto con lui”.

“Chiaramente avete problemi a relazionarvi con lui”.

“Forse è arrabbiato perché gli è nato il fratello”.

“Ma tutta questa rabbia da cosa gli viene?”

“Ma il padre è presente?”

“Quanto Youtube gli fate vedere?”

“Una bella pizza in faccia e gliela facevo passare io la voglia di fare così”.

“Io gli buttavo tutti i giochi, ti facevo vedere io come cambiava subito”.

Ecco, adesso di fronte a tutte queste frasi saprò come rispondere: con una bella pernacchia.

Il valore delle cose ufficiali

Quando le cose le vedi scritte, assumono un’altra istanza.

Ufficializzare significa mettere un mattone e proseguire nella costruzione.

Per me adesso è come se si fosse chiusa una fase, la fase della ricerca e della comprensione, e se ne fosse aperta un’altra, quella delle risposte e delle consapevolezze.

Credo di aver messo a fuoco completamente mio figlio, e non perché avessi bisogno di definizioni o diciture, ma perché tutto quello che appariva confuso e che mi faceva dubitare, oggi, non esiste più.

La sua rabbia esplosiva, ad esempio, non aveva mai trovato una spiegazione chiara finché non ho capito che derivava dalla sua incapacità di inibire alcuni comportamenti. Ho cercato a lungo altre spiegazioni, dando anche a me la colpa per quello che poteva sembrare a prima vista un suo stato di sofferenza e tormento continuo. Ma ora so che non è così, so che non dipende da traumi, non dipende dal contesto in cui vive, non dipende dal suo caratteraccio (per quanto il caratteraccio ce l’abbia, ma su altri fronti) e non dipende da me, sua madre. Dipende dal suo disturbo, può essere gestita e lo porterà ad essere sempre combattivo, basterà dargli gli strumenti giusti, e così il suo disturbo si trasformerà in un vantaggio.

La sua disorganizzazione? Non dipende dal mio disordine, né dall’assenza di regole chiare, né dalla tv che guarda. Dipende dal suo disturbo, ma troveremo il modo di governarla, e allora diventerà creatività, e si trasformerà in un vantaggio.

Alessandro ha un quoziente intellettivo molto al di sopra della media. Abbiamo scoperto anche questo, anche questo sta scritto nella diagnosi, misurato e trasformato in una sigla e in un numero. Pure questa è una risposta ai nostri dubbi. Come mai non riesce ad interessarsi alle cose che di solito piacciono ai bambini? Perché non gioca con i giocattoli? Perché non riesce a integrarsi nel gruppo classe? Perché è così estenuante e ribatte a tutto ciò che gli viene detto, dal momento in cui si sveglia a quello in cui si addormenta? Finalmente sappiamo che non dipende solo da alcuni suoi comportamenti disfunzionali, ma anche dalla sua diversità, quel quid che lo rende speciale e diverso da tutti gli altri. Anche questo aspetto dovrà trovare il giusto canale di espressione, ma ci proveremo e diventerà un vantaggio.

Vero, mio figlio è un bambino ADHD, ma oltre il muro delle difficoltà iniziali, io per lui vedo solo opportunità.

Si fa presto a dire #iorestoacasa

Oggi ho letto in un gruppo social di genitori di bambini ADHD che la Regione Veneto ha concesso alle persone con alcuni tipi di diagnosi psichiatriche di allontanarsi da casa entro il raggio dei 200 metri. Non ho ancora verificato la fonte e non conosco i dettagli, ma non mi sembra affatto una cosa priva di senso. La cattività tra le mura domestiche non fa bene a nessuno, ma è ancora più dannosa per chi è instabile, incline alla paranoia o alla depressione, così come per gli iperattivi. E per le loro famiglie, aggiungo io.

Infatti nel gruppo molti genitori ne parlavano come di una benedizione, perché in caso di crisi dei figli avevano la possibilità di farli uscire e di farli camminare per qualche metro, ristabilendo un equilibrio che altrimenti sarebbe stato assai difficile da ritrovare.

Come tutti, anche noi siamo in casa da tre settimane e mezzo. In queste lunghe giornate non mi sono annoiata, non ho dovuto cercare ispirazione guardando le dirette social dei vip, non ho potuto rinfrescare tutte le stanze. Chi sta lavorando da casa come me, oppure chi non sta lavorando ma si ritrova in casa con dei bambini lo sa benissimo: la noia è un lusso ormai dimenticato. Io però temevo moltissimo questa reclusione, avevo paura che rompesse il sottile guscio in cui mio figlio Alessandro aveva finalmente trovato un embrione di equilibrio.

Da un giorno all’altro, niente più scuola con la nuova insegnante di sostegno che aveva appena iniziato ad allacciare i fili di un legame di reciproca fiducia, niente più terapia due volte a settimana con una dottoressa che ormai è un punto di riferimento per lui e per noi, niente più nonna, una figura centrale per Alessandro, il suo rifugio sicuro.

Retorica familista

Forse adesso siamo già troppo stufi, ma all’inizio era tutto un fiorire di “approfittatene per stare con i vostri bambini” e “quanto è bello avere finalmente tempo per i figli”. Io non mi sono unita al trenino della retorica familista, perché per quanto ovviamente anche io fossi contenta di passare delle ore con i bimbi, la verità è che penso che la famiglia non basti.

Non basta a nessun bambino, e soprattutto non basta a un bambino che ha bisogno di aiuti speciali proprio per imparare a vivere fuori della sua famiglia. Senza rete non si sopravvive. Se la rete la devi costruire a fatica, e ti si strappa di continuo, e tu ogni volta la ricuci pungendoti le dita, la paura di restare ancora una volta senza ti può davvero far sentire come se ti stessi scontrando contro un muro.

Ma oltre a questo ho fatto un altro pensiero: perché dovrei essere finalmente felice di godermi i figli? Non me li sarei goduti fino a oggi? E dov’ero, allora?

No, mi dispiace, ma non ci casco. Sono quello che sono, e le scelte che ho fatto e che faccio non hanno sottratto niente ai miei cari, perché se è vero che sono per molte ore al giorno lontana da loro, penso di dare tutto ciò che posso, con una presenza emotiva che non si misura in giri di lancette. Io, oggi, penso davvero di non poter dare più di quel che do, per tutti i pensieri che ho fatto, per tutte le parole che ho detto, per tutti i bocconi amari che ho mandato giù e tutte le piccole vette che ho conquistato. E se anche ci fosse qualcosa in più da dare, non sarebbe alla mia portata, perciò è come se non esistesse.

Nota:

Potrei estendere il discorso a tutti gli altri filoni che ho visto diffondersi in questi giorni: “ho avuto finalmente il tempo di pensare”, “ho avuto finalmente il tempo di leggere”, “ho avuto finalmente il tempo di scoprire chi sono”. E quindi? Quando questo tempo non lo avrai più, cosa farai? Ti perderai di nuovo? No, essere presenti a se stessi è un dovere che non può essere legato alla quantità di tempo che hai a disposizione.

Se ti sei perso di vista, forse devi chiederti perché prima di gioire del fatto che qualcuno ti abbia finalmente incatenato di fronte a uno specchio.

E chiudo qui, altrimenti vado fuori tema e sembro pure cattiva.

Tante piccole vittorie

Il pensiero della quarantena in casa con mio figlio iperattivo e con il fratellino più piccolo mi atterriva, è vero, ma sta andando meglio di quanto credessi.

Abbiamo trovato un nostro modus vivendi e andiamo avanti nonostante le ripicche tra fratelli (di routine in tutte le famiglie) e alcuni episodi critici (di routine nella nostra famiglia). Ma le crisi sono sempre circoscritte, non durano più intere giornate come accadeva fino a tre o quattro mesi fa.

Un po’ siamo noi ad aver imparato a ignorare, a dare meno peso, a gestire, a levare di torno in meno di un minuto tutto ciò che potrebbe venir lanciato, a dire la frase giusta al momento giusto, a prevedere l’arrivo del ciclone e a sviare prima che sia tardi, a non chiedere mai troppo, a non volere troppo. E la sera, quando alla fine siamo solo io e il papà sul divano a contare i cocci della giornata, quante pacche sulle spalle ci diamo, per dirci che siamo stati bravi, per consolarci, per assolverci a vicenda di tutte le volte che invece abbiamo perso le staffe. Anche questo riuscirsi a ritrovare ogni sera lo abbiamo dovuto imparare, vincendo quell’impulso distruttivo che ti farebbe venir voglia di dare fuoco a tutto il mazzo di carte ogni volta che il castello crolla.

Ma il merito più grande va a lui, Alessandro, che sta lavorando tantissimo e che lo dimostra ogni giorno con tante piccole vittorie prima impensabili.

Una settimana fa, ad esempio, stava saltando sul letto in preda all’euforia, e sempre in preda all’euforia mi ha mollato un cazzotto dritto su una delle lenti dei miei occhiali. Sono passati 6 giorni e mi fa ancora male il naso, questo solo per dire quanto il colpo fosse forte e ben assestato. Colpa mia: so benissimo che lui, quando prova un’emozione troppo forte, si sfoga fisicamente e picchia, perciò avrei dovuto contenere l’euforia in qualche modo, oppure allontanare la mia faccia. In quel momento, però, mi sono arrabbiata tantissimo, scatenando di conseguenza la sua ira, che di solito aumenta in maniera esponenziale quando si sente in colpa e quando capisce di aver fatto qualcosa di inaccettabile, per giunta contro la sua stessa volontà.

Ma proprio quel giorno è accaduto qualcosa di bello. Io, passati i primi minuti, ho deciso di dirgli che andava tutto bene e che non ero arrabbiata perché avevo capito che non l’aveva fatto apposta (quanto mi è costato farlo, dirglielo e soprattutto convincermene!). Lui non ha dato in escandescenze, ha solo manifestato in modo forte la sua rabbia per una decina di minuti per poi – qui sta il miracolo – tornare su emozioni più contenute e gestibili.

E alla fine, ciliegina sulla torta, ha aperto con me l’argomento (ed è una cosa che non fa mai, di solito torna sul tema dopo qualche mese per spiegare finalmente la sua versione dei fatti): “Mamma, sono uno stupido, perché ti ho dato un cazzotto.” E lì giù a dirgli che non è uno stupido, ma che ha solo fatto una cosa che non si doveva fare. Pianti, qualche timido abbraccio, qualche resistente bacetto prima di tornare a dare pugni, questa volta ad un punching ball strategicamente fatto apparire in giardino.

Forse è una banalità, forse è il minimo che un genitore vorrebbe sentirsi dire dopo aver ricevuto un pugno in faccia, ma per me quelle parole sono state tutto ciò di cui avevo bisogno.

Sta iniziando a regolare il suo comportamento. Non sa ancora fermare quel pugno, forse imparerà, forse proprio non ci riuscirà mai. Ma riesce a fermare quello che viene dopo. Sono così fiera di lui.

Quindi come va a casa?

Ecco, chiarito che a me di stare a casa a fare torte di mele interessa meno di zero e che per me l’interesse primario è che Alessandro riceva le terapie che lo stanno aiutando a crescere, a casa si sta meno peggio di quanto credessi.

Ma questo non cambia di una virgola il mio pensiero: per quanto sia bello stare con mamma e papà, nessuno può fare a meno del contesto sociale, della sua rete. E non basta la didattica a distanza, non bastano i lavoretti, non basta il sorriso di chi ti ha messo al mondo, perché questi bimbi il mondo lo devono vivere e calpestare, ne hanno il diritto.

Non parliamo poi dei bambini che a casa non hanno proprio nessun sorriso, perché magari vivono in contesti violenti o chissà di che altro tipo. Ma a loro qualcuno avrà pensato?

E per quanto riguarda i bambini con bisogni speciali, la quarantena non può che essere una breve parentesi, perché le famiglie sono indispensabili, questo è vero, ma hanno bisogno di supporto, altrimenti il danno può diventare immenso. Io stessa mi chiedo: alla fine di questa fase, avremo fatto passi indietro rispetto al terreno così faticosamente conquistato? Dovremo ricominciare da zero?

Le preoccupazioni sono tante, perciò se qualcuno, in Veneto o altrove, si è posto il problema e ha deciso almeno di concedere 200 metri di libertà, non riesco a non vederlo come un gesto di grande sensibilità verso una realtà che spesso passa sotto traccia, invisibile e difficilissima da spiegare. 

Cronometro, mon amour

Tempo. La variabile tempo è sempre stata la più importante e difficile da gestire nel rapporto con mio figlio. Fin dalla nascita, quando voleva uscire prima, e poi infatti ci è riuscito. O come quando, ancora neonato, sbagliavo l’ora della pappa, e allora erano guai. Ma non guai normali, bensì guai che ci facevano fermare nel bel mezzo di una strada di montagna (true story), solo le mucche a farci compagnia, per preparare in fretta e furia qualcosa.

In fretta e furia. Ecco, se fosse per Alessandro, tutto sarebbe sempre in fretta e furia. Normale: è iperattivo.

Ma non sempre va bene. Tralasciamo i problemi in fila al supermercato (a proposito, ho scoperto che quando avrò la diagnosi della ASL avrò diritto alla fila prioritaria), o la difficoltà in quei tre minuti con il cappotto davanti alla porta aspettando di poter uscire (la nostra maniglia si è rotta in una di queste occasioni), o gli oggetti lanciati in macchina quando c’è traffico (stamattina sono stata colpita da una pallina).

Non va bene perché è indice di un ritmo che non funziona correttamente, un ritmo che, indipendentemente da quello che accade, o dall’umore, o dal contesto sociale in cui ci si trova, è sempre accelerato. Come avere una macchina senza freni. Ok, corri e arrivi prima, ma ti schianti o vai nel pallone.

Comunque ho capito che dettare il ritmo è uno dei miei compiti con Ale. Dare il ritmo, segnare il battito, tum tum tum, un due tre. È un grandissimo aiuto per lui. In questo compito, mi viene in soccorso il cronometro, che è diventato ormai una mia appendice.

Senza sapere bene perché lo facessi, lo utilizzavo anche quando aveva un anno e mezzo per aiutarlo a mettere a posto i giochi senza che si perdesse in altre attività. Gli davo un countdown e lui si attivava bene.

Oggi, grazie alla neuropsicomotricista, so che il metodo del cronometro con lui è molto efficace perché lo aiuta a concentrarsi sull’obiettivo senza andare in confusione. Ti dico cosa fare, ma ti dico anche in quanto tempo lo devi fare. E tu lo fai, rassicurato da un confine temporale che è stato contrattato, è chiaro, non può riservarti sorprese.

In più, ti dico anche a che ritmo farlo, quindi ti aiuto a rallentare se vedo che corri troppo, o ti riporto sull’attività se vedo che te ne vai per i fatti tuoi.

Perché è importante? La neuropsicomotricista mi ha spiegato che più si allena a concentrarsi e a tenere un tempo, più il suo cervello impara ad attivarsi nella maniera corretta (quindi senza crisi e senza lasciarsi iperstimolare da altro) sulle sue “consegne”. Oggi sono giochi. Domani saranno le lezioni a scuola, il lavoro, le responsabilità della vita di un adulto.

Perché tutto questo funzioni, è necessario che le sue “consegne” siano brevi, durino al massimo cinque minuti. Anche il rinforzo positivo, cioè in soldoni il premio, può essere scandito dal tempo, in modo che il bambino non si perda nella sua ricompensa, che di solito nel nostro caso è un cartone animato, e non entri in crisi quando è il momento di ricominciare a “lavorare”.

Da qualche mese a casa nostra è tutto un “Se dico ROSSO ti vai a lavare le mani, se dico BLU ti fermi, poi dico ROSSO e ricominci. Alla fine, vedi i cartoni per due minuti. Alexa, imposta un timer di due minuti…”

Nessuno ti verrà a salvare

Poco prima di Natale, un’altra piccola delusione dalla scuola. L’insegnante di sostegno privata di Alessandro, da un giorno all’altro e senza preavviso, ha lasciato il lavoro. Avrà avuto le sue motivazioni personali, ma ci sono mestieri che hanno a che fare con il benessere di altre persone e, ecco, in quei casi non è che si possa sparire senza nemmeno un saluto, senza preparare il bambino, senza trovare un’alternativa.

Al momento, a un mese e mezzo di distanza, non abbiamo ancora nessun sostituto e le maestre della scuola si stanno alternando per supplire al disservizio. Per fortuna, le vacanze di Natale ci hanno messo una toppa, ma cosa succederà da qui a giugno è ancora un mistero.

La cosa bella è che non mi importa. Davvero, non mi importa. Qualunque cosa succeda, la affronteremo come abbiamo fatto finora. Imprevisti, cose brutte, ma anche belle sorprese: vediamo che accadrà, ci penseremo a tempo debito. Tra neuropsicomotricità, parent training e mille sfide da affrontare ogni giorno, credo che stiamo già facendo tutto il possibile, il resto dovrà fare il suo corso.

Soltanto tre settimane fa, invece, avevo il morale sotto le scarpe. La maestra di sostegno aveva appena abbandonato la nave, le maestre ordinarie erano completamente nel pallone e mi chiamavano ogni giorno per raccontarmi cosa accadeva a scuola, a casa la situazione stava di nuovo peggiorando.

Finché, una sera, Daniele mi ha detto qualcosa di semplice e disarmante che ha cambiato totalmente il mio modo di vivere la situazione.

Daniele è un mio amico. L’ho conosciuto a 16 anni, ci siamo persi e ritrovati diverse volte senza mai smarrire l’affetto reciproco. Adesso lui vive in Germania con la sua famiglia e, viva Whatsapp, lo sento molto più spesso di quando viveva a Roma.

Dopo aver ascoltato uno dei miei interminabili messaggi vocali con gli ultimi svolgimenti della storia, anche lui mi ha mandato un messaggio audio piuttosto lungo, in cui mi diceva di voler ribaltare il mio punto di vista.

“Lo sai, La’, tutta ‘sta situazione è assurda, ma io te la voglio far vedere così: è assurda? Va bene, te ne fai carico, ma la prendi per quella che è, perché tanto è così. Sì, ci sei rimasta male di quella del sostegno andata via, e ti dispiace che nessuno si assuma la responsabilità di questa situazione, ma tanto è così.

Nessuno ti verrà a salvare.

Non possiamo aspettare che arrivi qualcuno, ci faccia una carezza sulla guancia e ci dica che risolverà la situazione, perché ‘sto mondo non ha spazio per i deboli, non ha spazio per bambini e anziani normali, figuriamoci per quelli con necessità speciali.”

(E vabbè, Daniele, per poter essere mio amico, non poteva che essere profondamente polemico e anti-sistema. Ora però riprendo il racconto).

“Adesso ci siete tu, Federico e i bambini; voi dovete affrontare la situazione, così come state già facendo e senza aspettarvi niente da nessuno. Poi mi dici che non vedi soluzione, ma la soluzione non la devi nemmeno cercare, la soluzione arriverà da sola, un giorno, semplicemente seguendo la vostra strada, che a me sembra giusta e che magari correggerete quando ce ne sarà bisogno. Come la maratona, La’…”

(Sì, sempre Daniele, per poter essere mio amico, non poteva che essere sportivo e/o competitivo. Un attimo di pazienza che concludo).

“La maratona è quella cosa che a un certo punto ti fa pensare ‘Ma chi me l’ha fatto fare?’, ma è solo perché sei a metà e sei stanco, allora ti devi concentrare sui tuoi passi, sulla strada, non pensare più all’arrivo, finché al traguardo non ci arrivi davvero. La maratona è la strada, non è mica il traguardo, che ti credi. Che poi è pure giusto, perché se pensi solo all’arrivo che fai? Ci arrivi, ok, e poi? Come la settimana, che uno arranca arranca arranca, arriva la domenica, poi però è subito di nuovo lunedì. No, bisogna guardarsi i piedi mentre si va avanti e quella è già la vita, non ciò che verrà dopo come ricompensa.”

Oh, davvero, non so perché. Non che prima queste cose non le sapessi o non le pensassi già, però non riuscivo a farle mie. Invece, dopo le sue parole, mi sono fatta un ultimo piccolo pianto e poi ho smesso. Ho ripreso qualche giorno dopo, certo, non sono mica un robot, ma ora è diverso, mi sento più forte. Pronta ad affondare il tallone nel cemento, centimetro dopo centimetro e, davanti agli occhi, un obiettivo “micro” per zoomare tutto al massimo e non perdermi nemmeno un dettaglio del meraviglioso fango in cui avanzo.

Una giornata difficile

Questa giornata inizia con una piccola crisi nel solito marasma mattutino. Al momento di attaccare la “programmazione” sulla porta di casa (dei disegni stilizzati di tutto ciò che Alessandro farà durante il giorno; è un’abitudine che lo rassicura molto), dimentico di attaccare la figura della nonna prima di quella della psicomotricista.

“Mamma”, inizia a urlare. “Ti sei dimenticata nonna prima di Raffaella. Perché?”. La voce è strozzata dalla rabbia. “Perché? Prima di Raffaella c’è nonna, è lei che mi porta da Raffaella! Voglio strappare quello stupido disegno sbagliato!”.

Io tampono, ma ormai la crisi è partita. “Ecco, Ale, ecco nonna, la metto qui, prima di Raffaela!”. Lui si butta a terra, io lo ignoro. Fingo di mostrare al fratellino qualcosa; Ale si incuriosisce, si distrae, si ferma. In qualche modo, riusciamo ad uscire di casa.

Alle 10 sono in ufficio già da un’ora. Mi arriva una chiamata dalla scuola. Sono abbastanza tranquilla perché in quel momento Alessandro non è a scuola, è a psicomotricità. Sarà qualcosa di burocratico. Richiamo e la responsabile della scuola mi dice che il giorno prima è successo di tutto. Lui non vuole più dormire di pomeriggio perché ormai ha 4 anni e mezzo, è fisiologico. Ma la maestra di sostegno va via alle 13 e le ore del pomeriggio non possono essere affrontate se lui non va a dormire. Ne va della sua serenità, ne va della serenità della classe. La responsabile mi chiede di valutare di farlo uscire prima un paio di volte a settimana. Io rispondo di sì, penso che mia madre mi potrà aiutare anche questa volta. Mi sento in colpa, è vero, ma che scelta ho? Un giorno la ripagherò di tutti questi sacrifici, mi dico. Anche se un figlio non potrà mai ripagare del tutto un genitore, adesso lo so.

Sono le 10 e sono stanca come se fossero già le 23. Alle 11 arriva il messaggio della responsabile della scuola: “Ciao mamma, la nonna non riesce a far entrare Alessandro. Sono tutti e due qui fuori e lui continua a scappare. Non so se sia il caso di farlo stare a scuola oggi…”

Chiamo mia madre e mi dice che in effetti se l’è riportato a casa. Non è riuscita a convincerlo, non c’è stato verso. Tutto è nato da una sua arrabbiatura nello studio della psicomotricista, dopo la quale non si è più calmato. “Va bene”, le dico, “esco prima e ti raggiungo, così puoi andare a fare quella tua visita.”

Lo trovo seduto su una poltrona con due occhiaie profonde, un po’ frastornato. Lo porto a casa (altre piccole crisi, subito sedate), penso di andare magari a fare una passeggiata ma piove, lo vedo stanchissimo, io stessa mi sento svuotata, vorrei che fosse già notte, ma sono solo le 15. Trascorriamo il tempo facendo un ciambellone, in qualche modo la sera arriva.

Decide di mandare un messaggio vocale al papà. Incredibili le sue parole, tanto che non ho ancora deciso se sono di reale pentimento o solo estremamente furbe.

“Papà io oggi non sono andato a scuola, sono rimasto con nonna. Non sono andato perché ero ancora arrabbiato con Raffaella e avevo paura di fare cose cattive a scuola se entravo…”

Dopo cena, cronaca di una tragedia annunciata, la bolla esplode. Arriva la crisi, il pretesto è un pretesto qualsiasi. Inizia il lancio dei giochi e degli oggetti, un libro della biblioteca comunale viene strappato (sto ancora pensando a cosa dirò quando andrò a restituirlo), partono cazzotti, calci. Guardo Federico dritto negli occhi e gli dico: “Ignoriamolo. Non raccogliamo assolutamente nemmeno mezza provocazione”. Lavo i piatti e scende la lacrima che stava appesa lì dalla mattina, ma non è ancora il momento di piangere, la crisi è in atto.

Fingendo di non provare dispiacere davanti alle sue sfide a viso aperto, vediamo che poco a poco l’intensità della sua rabbia si affievolisce. Poi torna a montare, un’aranciata viene rovesciata, vola qualche altra cosa. Cala nuovamente, lui se ne va in cameretta e si nasconde dietro al letto. Dopo 10 minuti di strano silenzio, sentiamo dei singhiozzi.

Federico si chiude in camera con lui. I singhiozzi diventano pianto inconsolabile.

“Sono solo uno stupido imbecille maleducato che fa cose brutte. Sono inutile. Sono inutile. Sono un bambino inutile”.

E poi, poco dopo: “Perché siamo nati? Perché si è formata la Terra? Vorrei che il mondo non esistesse, così non esisterebbero i bambini e non esisterei nemmeno io”.

Adesso che la rabbia è passata, anche lui vede con chiarezza quanto si è comportato male. Piange ancora per un’ora, continuando a dire di quanto sia inutile, stupido, imbecille, maleducato. Dice che gli manca la nonna perché lui è un suo fan (questi giovani che parlano già dalla nascita come se fossero in un talent show). Si porta nel letto la foto di mia madre. I singhiozzi diventano respiri, sempre più lenti e profondi, finché finalmente si addormenta, come sempre con la fronte corrucciata e le gambe avvinghiate alle coperte.

Anche oggi la sua lotta si è conclusa. Finalmente quella mia lacrima può scendere.

Dalla psicomotricista

Oggi ho portato Alessandro dalla psicomotricista. Finora ce lo aveva sempre portato mia madre, perciò per me era la prima volta. Lui era così emozionato per il fatto di avermi lì (e per il costume di Halloween che indossava) che ha voluto che entrassi in stanza. Così ho assistito a tutta la terapia.

La dottoressa (un altro dei tanti incontri fortunati della nostra vita) gli ha proposto una serie di giochi incentrati sul meccanismo: input-controllo dell’impulso-ricompensa.

Esempio: lei era in piedi su una sedia e lui in piedi in un cerchio appoggiato sul pavimento. Lei faceva cadere un piccolo ritaglio di fazzoletto e lui, durante la lieve e lenta caduta del pezzo di carta, doveva restare immobile. Appena il fazzoletto toccava terra, lui poteva uscire dal cerchio e scatenarsi in mosse ninja. Tutto ripetuto per dieci volte. Alla fine dell’esercizio, lei gli ha detto di sedersi per mangiare le patatine e gli ha messo davanti una patatina alla volta, con molta calma, fino ad arrivare a 10, chiedendogli di non toccare nulla finché lei non avesse finito. Lui, fremendo con tutto il corpo (e limitandosi ogni tanto solo a leccare una patatina per poi rimetterla giù), ha saputo aspettare prima di iniziare finalmente a mangiare.

Lo stile della seduta è stato questo.

Io ho osservato tutto dalla mia sedia. Lui, di tanto in tanto, si girava con una sguardo d’intesa, visibilmente felice della mia presenza.

È stato molto bello percepire il suo impegno, i suoi sforzi. Sta facendo un percorso bellissimo, sta davvero sfidando se stesso con tutte le sue energie. Vedere il suo piccolo corpo faticare nell’immensa missione di cambiare alcune sfumature della sua anima mi ha colpito. Ho pensato a quanto sia difficile, anche per un adulto, cambiare strada e prendere una direzione che va contro la sua natura, persino quando la sua natura lo fa stare male.

Lui lo sta facendo, sotto forma di gioco, vero, ma lo sta facendo.

Il mondo fuori da quella stanza era un mondo di bambini all’asilo, o a casa con le loro famiglie. Lui invece era lì, a lottare.

Le mamme fuori da quella stanza pensano al colore dei quaderni, al regalo di Natale per la maestra, a quella signora che accompagna il figlio in minigonna e che attira gli sguardi dei papà. Invece io ero lì a guardare lui lottare, e ne ero fiera. Ho anche mandato giù un fiotto di pianto, lo ammetto, perché mi fa tenerezza vedere il suo sforzo, perché percepisco che sta giocando ad un gioco molto più grande di lui.

L’altro ieri si è svegliato e mi ha detto di aver fatto un sogno.

“Mamma, sono stanco, ho dormito male. Stanotte ho sognato di lottare contro me stesso.”

Ha ragione, il suo inconscio glielo ha detto con chiarezza. Ma io sono con lui, ce la posso fare.