In giro con un bambino iperattivo

Avere un bambino iperattivo in famiglia può essere molto divertente. Tendo a dimenticarlo troppo spesso, per fortuna altrettanto spesso mio figlio me lo ricorda. Uscire con lui è un vero piacere, è come passeggiare con un amico simpatico che ti intrattiene incessantemente con i suoi racconti e le battute di spirito. Non sai mai cosa ti potrà accadere di lì a cinque minuti, anche lo spostamento più breve e lineare può trasformarsi in un’avventura. Basta indossare le stesse lenti con cui lui osserva il mondo, e poi che lo spettacolo abbia inizio.

Al supermercato

Uno dei posti in cui ne sono successe di più è al supermercato. Noi, poveri ingenui, pensavamo che bastasse infilarlo nel seggiolino del carrello per farlo stare fermo, ma di lì a poco avremmo cambiato idea.

Un giorno, infatti, lo lascio nel carrello accanto al banco delle carni e mi distraggo per scegliere le uova, sicura che lui – per una volta – davvero non possa fare nulla, se non afferrare e lanciare dietro di sé qualche prodotto, come infatti ha già fatto nel reparto frutta. Passa un minuto, mi volto verso di lui e il carrello non c’è più. Afferrandosi agli scaffali e trascinando il carrello con la forza delle braccia, riesce ad andarsene in giro. Lo ritrovo cinque metri più in là, al banco del pesce, che chiacchiera con la commessa.

Il periodo dell’acquiescenza al carrello è durato poco. Ben presto ha smesso di volerci entrare, preferisce gironzolare a piedi e scegliere con me cosa comprare. Poiché tocca qualunque cosa, capita che faccia cadere dei prodotti. Io cerco di prevenire le sue mosse, ma a volte arriva prima di me. Siamo in un piccolo supermarket di provincia, siamo in vacanza. Il negozio espone diverse bottiglie souvenir di limoncello con il nome della località turistica. Sono colorate, alcune hanno all’interno un veliero di vetro soffiato, attraggono Alessandro come calamite, e lui le tocca ogni volta che siamo in quel supermercato. Un pomeriggio gli do le spalle per venti secondi, tempo di afferrare una confezione di petto di pollo e sobbalzo per un rumore di vetro fracassato. Mi volto e lui è accanto alla bottiglia rotta, limoncello e vetri ovunque, tutti ci guardano, anche lui mi guarda ed esclama “Ops!”.

La bottiglia rotta di limoncello l’ho pagata 10 euro e 66. Qualche giorno prima aveva rovesciato uno scaffale di solari Bilboa e scheggiato una calamita souvenir, ma la cassiera mi aveva strizzato l’occhio e abbonato la marachella.

Comunque sono abituata a pagare per i suoi piccoli danni. Ovetti kinder scartati prima del tempo, lattine di coca cola lanciate e ammaccate, e una volta un formaggio al rum addentato con tutta la pellicola di plastica in un momento di nervosismo durante l’attesa al banco dei salumi.

Al supermercato vicino casa, ormai, ci conoscono bene. Lui chiama tutti “amico” o “amica” e tutti lo chiamano “amico Ale”. Gli regalano in continuazione assaggi di biscotti, cioccolatini, gomme da masticare. Gli mettono da parte il pesce migliore, conoscono i suoi gusti e le sue abitudini. Quando sono sola e lui non riesce ad aspettare che io finisca di imbustare e di pagare, uno dei ragazzi gli fa la guardia accompagnandolo oltre la porta scorrevole. Dal vetro mi rassicura con lo sguardo e mi fa cenno di finire senza fretta, ché a mio figlio ci pensa lui. Una volta mi ha chiesto se avessi solo un bambino, solo quel bambino. Gli ho detto di no, che ne ho anche un un altro e mi ha guardato incredulo, un po’ compassionevole, un po’ ammirato, lo devo ammettere.

Non dare confidenza agli sconosciuti. Anzi sì.

Forse è perché parla con tutti, forse è perché fa cose buffe, o magari è solo molto simpatico, ma riceve regali da sconosciuti ovunque andiamo. Un giorno, sempre al famoso supermercato vicino casa, ha attaccato bottone con una coppia di ragazzi. Dopo due minuti, gli stavano comprando il primo pacchetto di Big Babol della sua vita.

Un mese fa, ultimi scorci d’estate, ci siamo fermati a prendere un ghiacciolo. Un signore anziano è entrato nel bar e ne è uscito con delle caramelle. Si è presentato come il signor Enzo e ha regalato le caramelle ad Alessandro, “perché i bambini dovrebbero essere tutti come te”.

L’anno scorso, in un piccolo forno, Alessandro ha avuto una violenta crisi di pianto. Non riuscivo a calmarlo in nessun modo, ero lì ferma da mezz’ora, tutta sudata, tentandole tutte. Si è avvicinato un signore, si è chinato e gli ha fatto un paio di domande strategiche. Io mi sono fatta da parte perché sapevo che, se fossi intervenuta, avrei fatto precipitare di nuovo la situazione. Questo anonimo signore è riuscita tranquillizzarlo, fungendo da diversivo che ha distolto l’attenzione dal motivo del pianto, e la crisi è passata. Dopo mi ha guardato e mi ha detto: “Posso comprargli un pacchetto di patatine? Mi ha ricordato mio figlio quando era piccolo, che aveva queste stesse crisi e ogni volta mi faceva spaventare.”

Regali a parte, non esiste passeggiata senza che lui si fermi a chiacchierare con qualcuno. Significa anche che, se siamo al ristorante (sì, perché adesso noi riusciamo anche a cenare al ristorante, purché il servizio sia veloce più del vento), attaccherà bottone con le altre persone sedute nel locale. Perciò anche noi faremo amicizia, noi che di solito siamo schivi e amiamo starcene tranquilli per conto nostro, soprattutto in vacanza. Ma i figli ti obbligano a sfidare i tuoi limiti, questo l’ho già scritto.

Energie infinite e camminate chilometriche

Assai raramente, durante una passeggiata, mio figlio mi ha chiesto di potersi riposare o di essere preso in braccio. Se è capitato, doveva essere davvero allo stremo delle forza, perché di solito cammina per ore, con il caldo o il freddo, sotto la pioggia o sotto il sole. E mentre cammina parla, chiacchiera con chi gli capita a tiro, osserva e commenta quello che vede, salta da un muretto all’altro, tira fuori vecchi aneddoti e chiede il perché delle cose. Ricorda molto bene le strade e riconosce i tragitti che ha già percorso altre volte.

Quando siamo a casa, a volte, sembra un leone in gabbia, è un mulinello che gira senza uno scopo, un vulcano traboccante, una mosca che continua a sbattere contro il vetro. Quando me ne accorgo, se posso, gli metto le scarpe e lo porto in giro, senza avere in testa una meta precisa, promettendogli magari un gelato o un piccolo regalo. Si calma all’istante, dirotta tutta la sua attenzione verso ciò che lo circonda e mette nei piedi tutte le sue energie. Sulla strada non può andare in crisi, sa che è partito da un punto preciso e sa che dovrà raggiungerne un altro. Nessuna distrazione potrà comunque distoglierlo dal compito del camminare, perché – e qui sta la magia – può distrarsi continuando a camminare. Io la vedo quell’energia, la percepisco nel suo flusso che parte dalla testa, gli attraversa il torace e va a scaricarsi nelle gambe fino ad abbattersi sul terreno, dove finalmente si disperde.

La bellezza è nei dettagli

Un’altra cosa che non mi stanca mai del tempo passato con Alessandro è osservare il mondo con i suoi occhi. Un albero di limoni non è mai soltanto un albero di limoni, è una pianta che forse assomiglia ad un altro albero visto chissà dove, e chissà se i suoi frutti usciranno fuori di colori strani o se invece saranno davvero limoni.

“Chi può dirlo, Alessandro, a me pare proprio un albero di limoni, ma chissà…”

“Mamma, ti ricordi di ripassare qui tra un mese così controlliamo cosa nasce?”

“Va bene.”

Così un muro non è mai solo un muro, ma è una costruzione di una specifica tipologia di mattoni su cui dobbiamo controllare accuratamente che non ci sia muffa, e se anche ci fosse muffa, passeremmo senz’altro ad esaminare quest’ultima nei minimi dettagli. Una casa non è mai solo una casa, ma è il posto in cui forse abita qualcuno di interessante, e chissà cosa starà facendo in questo momento, sbirciamo nella finestra, vediamo se ha un cane in giardino, controlliamo se un ladro sta entrando dalla porta proprio in questo momento, scopriamo se quella lampadina è un antifurto o solo un citofono.

Sono solo le fantasticherie di un bambino, e forse io sono più allenata all’ascolto perché spesso ho dovuto fare conversazione con questo bambino per prevenirne le crisi di rabbia. Ma la verità è che io amo queste fantasticherie perché, pur così bizzarre e divertenti, finiscono per riportarmi con i piedi per terra, mi costringono a prendere coscienza dei luoghi che attraverso, a dare un nome e ad immaginare una storia per tutti gli oggetti che ne fanno parte. Posso relegare me stessa e i miei pensieri in un angolo, mentre lo scenario emerge dal fondo e si fa protagonista. In quel momento preciso, colgo la bellezza di tutto ciò che mi circonda e che prima non notavo. Ce lo insegnano i bambini, a me lo sta insegnando mio figlio iperattivo: la bellezza della vita è nei dettagli, nei piccoli capolavori che compongono l’imperfezione complessiva, così come nei momenti di magico equilibrio che si possono verificare sempre, anche nella giornata meno felice.

Famiglia

Questi siamo noi. Io sono Laura, e mi sono già presentata qui.

Poi c’è Alessandro, ne parlo in quasi tutto il blog perciò direi che non ha bisogno di altre presentazioni.

Ma in famiglia c’è anche il nostro bombolo, di appena 1 anno, un piccolo caterpillar dalle mani delicate e dal sorriso stampato in faccia, soprattutto quando guarda cosa combina il suo Alessandro.

E poi c’è Federico, il mio adorato Fede, quello che mi riporta sempre sulla terra quando rischio di schiantarmi in volo (leggi: placa le mie paranoie), quello a cui ogni tanto faccio la domanda “ce la faremo a fare questa cosa così difficile?” e che mi risponde ogni volta “certo, come abbiamo sempre fatto”. E ha dannatamente ragione, ogni volta, ma non diteglielo per favore ché si monta la testa.

“Sono il peggiore”. ADHD e autostima.

Oggi Federico mi ha raccontato un episodio accaduto mentre ero al lavoro. Alessandro stava trasportando la grossa macchina per lo zucchero filato della sua baby sitter Vale (una baby sitter solo temporanea, purtroppo…). D’un tratto si è sentito un gran tonfo, la macchina aveva aperto con il suo peso la scatola e si era schiantata per le scale.

Vale e Federico hanno subito controllato che fosse tutto a posto, e lo era. Alessandro però si è fatto prendere dallo sconforto, si è seduto su un gradino con il mento tremulo e gli occhi vicini alle lacrime.

“Sono il peggiore”, ha detto. “Combino solo guai e marachelle”.

Lo hanno consolato, assicurandogli che non è vero, ma la mortificazione ci ha messo un po’ a passare.

Federico ha provato a chiedere, con delicatezza: “Questa cosa te l’ha già detta qualcuno?”.

“Sì, è stato l’amico di…”

Prese in giro tra bambini, tanto normali quanto feroci, ma che in lui lasciano un segno molto profondo, anche quando non sembra e fa lo spavaldo.

Il problema è tutto nell’autostima, che nei bambini con il disturbo dell’attenzione (o ADHD, anche se non è ancora detto che Alessandro ce l’abbia) è sempre bassissima.

Perché?

Perché questi bambini di solito sanno benissimo qual è la maniera corretta di comportarsi, solo che la loro impulsività gli impedisce di seguire – per così dire – la “norma”. Vedono perciò se stessi agire in maniera sbagliata, senza poter fare molto per impedirlo.

Il loro disturbo comportamentale li porta a volte a far seguire subito un’azione ad un pensiero. Altre volte, invece, i loro gesti sono valvole di sfogo per tutta l’energia che hanno dentro. Hanno bisogno di muoversi, correre e colpire per sfogare un’incontenibile energia, poco importa se lungo il percorso travolgono tutti o mollano qualche sberla al malcapitato di turno.

Il problema è che sanno di sbagliare, ne sono pienamente consapevoli; tra l’altro sono spesso molto intelligenti e sensibili, motivo per cui sono ancora più consapevoli dei propri errori.

Mettiamoci anche che vengono rimproverati di continuo proprio a causa delle loro azioni, soprattutto quando il loro disturbo non è ancora stato riconosciuto ufficialmente.

Perciò, tra sgridate, castighi e punizioni, la frustrazione aumenta e l’autostima cala.

Risulta davvero difficile lavorare sull’autostima, me ne sto rendendo conto a mano a mano che Ale cresce. Apparentemente è orgoglioso, sicuro di sé, spesso superbo. Dentro, però, è ancora così fragile, forse non riesce a intravedere la sua strada e pensa di deludere sempre tutti, anche se stesso.

Per noi genitori è difficile trovare il punto di equilibrio tra i rimproveri, che comunque devono esserci, e la comprensione. L’empatia è sempre la chiave di tutto, ma a volte la pazienza sembra esaurita, oppure sentiamo di avere il bisogno di alzare la voce per affermare il nostro potere su quella scheggia impazzita di nostro figlio.

Eppure, noi quel punto di equilibrio lo dobbiamo proprio cercare, perché solo in quella zona di luce in mezzo a così tante ombre troveremo la chiave con cui insegnare davvero a nostro figlio a convivere con se stesso.

Io alla fine ho scelto di alleggerire il carico abbandonando le battaglie che non mi sembrano essenziali. Si tratta di cose che magari farebbero imbestialire altre mamme, così come facevano imbestialire me, ma se non l’avessi fatto avrei finito per passare tutto il tempo a urlare senza ottenere nulla, facendo sentire Ale sempre più sbagliato.

Ecco alcune delle battaglie che ho deciso di non combattere, riuscendo così a conservare le mie energie per guerre che invece reputo più importanti:

  • se Alessandro rompe un oggetto, rovescia una bottiglia, strappa un foglio, lascio correre
  • se Alessandro passa e mi da una botta solo per scaricare la tensione (e non per litigare con me), lascio correre
  • se Alessandro non riesce a stare seduto a tavola tutto il tempo, soprattutto quando siamo con degli ospiti o a casa di qualcuno, lascio correre
  • Alessandro non ha voluto il grembiule all’asilo, ha detto che lo prendevano in giro. Nemmeno le maestre si sono impuntate, perciò ho lasciato correre
  • se Alessandro mi dice qualche brutta parola quando è al culmine della stanchezza e capisco che sta praticamente dormendo in piedi, lascio correre
  • se Alessandro giocando con il fratellino diventa un po’ troppo manesco solo perché è la sua maniera di giocare, lascio correre

Invece ci sono alcune cose su cui non transigo perché, come diciamo noi, sono inaccettabili:

  • lanciare oggetti come gesto di sfida
  • picchiare per litigare e fare male agli altri
  • dire le parolacce per provocare o offendere
  • Scappare per strada e mettersi in pericolo

Non sempre riesco a mantenere la calma, di solito sono più brava la sera e meno brava la mattina, quando dobbiamo uscire tutti e 4 per andare a scuola o al lavoro. Però ci provo e se ci riesco è quasi sempre merito di qualcosa che mi ha consigliato Letizia, la psicologa che ci segue in un percorso di supporto alla genitorialità che dura ormai da 2 anni.

Comunque ho capito una cosa: i momenti in cui con il mio atteggiamento riesco davvero ad essere utile a mio figlio sono quelli in cui, pur restando ferma nei miei propositi, riesco a sentire nel profondo ciò che sente lui. Una delle letture che mi hanno cambiata di più da quando sono diventata genitore è “La rabbia delle mamme”, di Alda Marcoli (leggetelo, è bellissimo), in particolare dove consiglia di ricordare sempre chi è l’adulto e chi il bambino.

Io sono l’adulto, e per quanto sia elevato il livello di stress che mi può generare una crisi isterica di mio figlio, non mi potrà mai ferire davvero, perché è lui il bambino. Capito questo, accettato questo, diventa più facile comprendere e mettersi nei panni dei nostri figli anche nei momenti più difficili.

Ma torno all’autostima perché ho già scritto troppo. Se scelgo le battaglie davvero importanti, se lascio correre con quello che non è essenziale, se smetto di infuriarmi per le provocazioni e capisco davvero, nel mio profondo, che sono solo richieste di aiuto, i rimproveri smodati diminuiscono, io torno di supporto a mio figlio e aumenta il suo benessere, facendo salire piano piano la sua autostima.

Non dico sia semplice. Dico che occorre provare.