Famiglia

Questi siamo noi. Io sono Laura, e mi sono già presentata qui.

Poi c’è Alessandro, ne parlo in quasi tutto il blog perciò direi che non ha bisogno di altre presentazioni.

Ma in famiglia c’è anche il nostro bombolo, di appena 1 anno, un piccolo caterpillar dalle mani delicate e dal sorriso stampato in faccia, soprattutto quando guarda cosa combina il suo Alessandro.

E poi c’è Federico, il mio adorato Fede, quello che mi riporta sempre sulla terra quando rischio di schiantarmi in volo (leggi: placa le mie paranoie), quello a cui ogni tanto faccio la domanda “ce la faremo a fare questa cosa così difficile?” e che mi risponde ogni volta “certo, come abbiamo sempre fatto”. E ha dannatamente ragione, ogni volta, ma non diteglielo per favore ché si monta la testa.

“Sono il peggiore”. ADHD e autostima.

Oggi Federico mi ha raccontato un episodio accaduto mentre ero al lavoro. Alessandro stava trasportando la grossa macchina per lo zucchero filato della sua baby sitter Vale (una baby sitter solo temporanea, purtroppo…). D’un tratto si è sentito un gran tonfo, la macchina aveva aperto con il suo peso la scatola e si era schiantata per le scale.

Vale e Federico hanno subito controllato che fosse tutto a posto, e lo era. Alessandro però si è fatto prendere dallo sconforto, si è seduto su un gradino con il mento tremulo e gli occhi vicini alle lacrime.

“Sono il peggiore”, ha detto. “Combino solo guai e marachelle”.

Lo hanno consolato, assicurandogli che non è vero, ma la mortificazione ci ha messo un po’ a passare.

Federico ha provato a chiedere, con delicatezza: “Questa cosa te l’ha già detta qualcuno?”.

“Sì, è stato l’amico di…”

Prese in giro tra bambini, tanto normali quanto feroci, ma che in lui lasciano un segno molto profondo, anche quando non sembra e fa lo spavaldo.

Il problema è tutto nell’autostima, che nei bambini con il disturbo dell’attenzione (o ADHD, anche se non è ancora detto che Alessandro ce l’abbia) è sempre bassissima.

Perché?

Perché questi bambini di solito sanno benissimo qual è la maniera corretta di comportarsi, solo che la loro impulsività gli impedisce di seguire – per così dire – la “norma”. Vedono perciò se stessi agire in maniera sbagliata, senza poter fare molto per impedirlo.

Il loro disturbo comportamentale li porta a volte a far seguire subito un’azione ad un pensiero. Altre volte, invece, i loro gesti sono valvole di sfogo per tutta l’energia che hanno dentro. Hanno bisogno di muoversi, correre e colpire per sfogare un’incontenibile energia, poco importa se lungo il percorso travolgono tutti o mollano qualche sberla al malcapitato di turno.

Il problema è che sanno di sbagliare, ne sono pienamente consapevoli; tra l’altro sono spesso molto intelligenti e sensibili, motivo per cui sono ancora più consapevoli dei propri errori.

Mettiamoci anche che vengono rimproverati di continuo proprio a causa delle loro azioni, soprattutto quando il loro disturbo non è ancora stato riconosciuto ufficialmente.

Perciò, tra sgridate, castighi e punizioni, la frustrazione aumenta e l’autostima cala.

Risulta davvero difficile lavorare sull’autostima, me ne sto rendendo conto a mano a mano che Ale cresce. Apparentemente è orgoglioso, sicuro di sé, spesso superbo. Dentro, però, è ancora così fragile, forse non riesce a intravedere la sua strada e pensa di deludere sempre tutti, anche se stesso.

Per noi genitori è difficile trovare il punto di equilibrio tra i rimproveri, che comunque devono esserci, e la comprensione. L’empatia è sempre la chiave di tutto, ma a volte la pazienza sembra esaurita, oppure sentiamo di avere il bisogno di alzare la voce per affermare il nostro potere su quella scheggia impazzita di nostro figlio.

Eppure, noi quel punto di equilibrio lo dobbiamo proprio cercare, perché solo in quella zona di luce in mezzo a così tante ombre troveremo la chiave con cui insegnare davvero a nostro figlio a convivere con se stesso.

Io alla fine ho scelto di alleggerire il carico abbandonando le battaglie che non mi sembrano essenziali. Si tratta di cose che magari farebbero imbestialire altre mamme, così come facevano imbestialire me, ma se non l’avessi fatto avrei finito per passare tutto il tempo a urlare senza ottenere nulla, facendo sentire Ale sempre più sbagliato.

Ecco alcune delle battaglie che ho deciso di non combattere, riuscendo così a conservare le mie energie per guerre che invece reputo più importanti:

  • se Alessandro rompe un oggetto, rovescia una bottiglia, strappa un foglio, lascio correre
  • se Alessandro passa e mi da una botta solo per scaricare la tensione (e non per litigare con me), lascio correre
  • se Alessandro non riesce a stare seduto a tavola tutto il tempo, soprattutto quando siamo con degli ospiti o a casa di qualcuno, lascio correre
  • Alessandro non ha voluto il grembiule all’asilo, ha detto che lo prendevano in giro. Nemmeno le maestre si sono impuntate, perciò ho lasciato correre
  • se Alessandro mi dice qualche brutta parola quando è al culmine della stanchezza e capisco che sta praticamente dormendo in piedi, lascio correre
  • se Alessandro giocando con il fratellino diventa un po’ troppo manesco solo perché è la sua maniera di giocare, lascio correre

Invece ci sono alcune cose su cui non transigo perché, come diciamo noi, sono inaccettabili:

  • lanciare oggetti come gesto di sfida
  • picchiare per litigare e fare male agli altri
  • dire le parolacce per provocare o offendere
  • Scappare per strada e mettersi in pericolo

Non sempre riesco a mantenere la calma, di solito sono più brava la sera e meno brava la mattina, quando dobbiamo uscire tutti e 4 per andare a scuola o al lavoro. Però ci provo e se ci riesco è quasi sempre merito di qualcosa che mi ha consigliato Letizia, la psicologa che ci segue in un percorso di supporto alla genitorialità che dura ormai da 2 anni.

Comunque ho capito una cosa: i momenti in cui con il mio atteggiamento riesco davvero ad essere utile a mio figlio sono quelli in cui, pur restando ferma nei miei propositi, riesco a sentire nel profondo ciò che sente lui. Una delle letture che mi hanno cambiata di più da quando sono diventata genitore è “La rabbia delle mamme”, di Alda Marcoli (leggetelo, è bellissimo), in particolare dove consiglia di ricordare sempre chi è l’adulto e chi il bambino.

Io sono l’adulto, e per quanto sia elevato il livello di stress che mi può generare una crisi isterica di mio figlio, non mi potrà mai ferire davvero, perché è lui il bambino. Capito questo, accettato questo, diventa più facile comprendere e mettersi nei panni dei nostri figli anche nei momenti più difficili.

Ma torno all’autostima perché ho già scritto troppo. Se scelgo le battaglie davvero importanti, se lascio correre con quello che non è essenziale, se smetto di infuriarmi per le provocazioni e capisco davvero, nel mio profondo, che sono solo richieste di aiuto, i rimproveri smodati diminuiscono, io torno di supporto a mio figlio e aumenta il suo benessere, facendo salire piano piano la sua autostima.

Non dico sia semplice. Dico che occorre provare.

Andavi di corsa pure quando eri solo un feto

Questa è la storia di come è nato Alessandro. Un feto può avere un suo carattere? Anche un feto può essere iperattivo? Non ho le risposte scientifiche, ma dalla mia esperienza sembrerebbe quasi di sì.

Quando dissi alla ginecologa che il test di gravidanza era positivo e io sentivo dei dolori al basso ventre, lei mi ascoltò e disse solo: “Aspetta un’altra settimana e ripeti il test. All’inizio non è niente, sono solo cellule”.

Ma una settimana dopo le cellule erano ancora lì, e c’erano anche due mesi dopo, quando la dottoressa scoprì che la camera gestazionale era leggermente scollata e mi disse di ripetere il controllo del battito cardiaco. Il cuore batteva ancora, e batteva anche altri tre mesi dopo, quando il mio collo dell’utero iniziò ad accorciarsi come a volersi liberare del suo ospite. Per precauzione, forse per non affezionarci troppo, non demmo mai al bambino che cresceva un nomignolo affettuoso, né fummo in grado di decidere prima della nascita come lo avremmo chiamato. Per noi restò sempre e solo “il feto”. Durante la gravidanza, più di un ginecologo mi consigliò di restare a riposo, guidare il meno possibile, evitare i pesi. Non era affatto detto che riuscissimo a farlo nascere davvero sano e salvo, ma lui era sempre lì, così testardo e ostinato, persino alla settimana ventisei, quando alcune strane contrazioni mi spinsero per precauzione al pronto soccorso, dove chiesero il ricovero a causa del rischio tangibile di parto prematuro. E alla fine, mi rispedirono a casa e fui obbligata a restare immobile per 6 settimane, forse le più lunghe della mia vita, perché il mio utero non riusciva proprio più a trattenere il bambino, che scalpitava per venire fuori- come infatti avrebbe fatto sempre, anche dopo la nascita.

I suoi colpi esplosivi hanno deformato il mio ventre per mesi. Durante il ricovero in patologia ostetrica, una dottoressa mi disse che per tutta l’ecografia quel bambino se ne era stato in piedi, dritto e impettito, proprio sul collo dell’utero che stava cedendo sotto i suoi colpi.

“Sta in piedi e saltella”.

Chiesi se fosse normale e lei rise. “Alcuni lo fanno, certo così non aiuta visto che la tua situazione è già precaria”.

Forse per quei colpi o forse per l’infezione batterica che mi portavo dietro da mesi senza saperlo, il collo dell’utero ha iniziato a diventare sempre più corto, più corto, più corto. 18 millimetri, 15, 11, alla fine solo 5.

Quanto conta un singolo millimetro nella lotta contro un parto pretermine.

Allo scadere della trentatreesima settimana, Alessandro è venuto al mondo, prematuro.

Era domenica, il primo pranzo da seduta dopo 6 settimane inchiodata al letto. Ero immensamente felice, quasi giunta com’ero al guado delle 36 settimane, quando il corpo del bambino sarebbe stato perfettamente formato, o almeno abbastanza da nascere senza nessun problema.

Quanto conta una singola settimana nella lotta contro un parto pretermine.

Mia madre e il mio compagno si erano presi cura di me nei lentissimi giorni passati senza possibilità di muovermi, ma quella domenica avevamo stabilito una breve tregua. Mi sono alzata dal mio letto-sudario e mi sono seduta a tavola con un lieve giramento di testa: troppo tempo passato da ferma in posizione orizzontale. Il lusso di un pranzo a tavola, la domenica.

Alla fine del pasto, il mio addome ha assunto una forma strana, poi ho sentito un colpo più forte del solito e una sensazione nuova tra le gambe. Mi si erano rotte le acque.

La nascita di Alessandro è stata veloce. Il nome lo abbiamo deciso durante il parto.

“Alessandro, ok?”

“Alessandro, va bene. Mi piace”.

Due ore di travaglio, quindici minuti in sala parto ed è saltato fuori, con una mano sul cordone e un’altra rabbiosamente aggrappata al camice dell’ostetrica. Rugoso, paonazzo, si è messo a strillare, minuto e incompleto come ancora era, un feto urlante con il bisogno di respirare e dei polmoni ancora immaturi. Il tempo di fare il primo screening e lo hanno portato in terapia intensiva. L’avevo toccato solo per un istante, l’avrei rivisto 6 ore dopo.

Nessuno di noi era preparato a quello che sarebbe accaduto di lì a poco. Non eravamo pronti ad essere genitori, non potevamo essere pronti alla terapia intensiva neonatale.

Superate le prime ore dopo il parto, ho iniziato a capire che qualcosa non tornava. Nella mia pancia non c’era più niente, ma nemmeno accanto a me c’era qualcosa, e tutto quello che avevo vissuto negli ultimi mesi, il concepimento, la gravidanza, il ricovero e infine il travaglio, non sembrava più reale. Ma era successo tutto davvero o avevo solo vissuto un sogno?

Nella stanza dove mi portarono subito dopo la nascita c’era un’altra puerpera. La prima notte il suo bambino pianse ininterrottamente e lei lo allattò con evidente fastidio. Lo tenne al seno senza interruzione, ogni volta che aveva provato a metterlo nella culla di plastica trasparente lui aveva ricominciato a strillare pretendendo la compagnia di sua madre, ormai stremata. Io invece potevo riposare tranquilla, ero sola. Con me non fecero restare neanche il mio compagno, che si mise a vagare nei dintorni dell’ospedale fino all’orario di visita. Riuscii a fare la pipì e mi dissero che era un buon segno, mi rimisi in piedi poco dopo il parto, ero dolorante ma stavo bene. Di fronte a me, l’altra donna con il bambino al seno. E io senza nulla. Avevo partorito davvero? Dove si trovava, allora?

Mi presento

Ciao, sono Laura e sono la mamma di Alessandro, un bambino probabilmente ipercinetico. Probabilmente perché Alessandro è ancora troppo piccolo per una diagnosi affidabile, ha solo 4 anni, ma i suoi comportamenti spingono molti medici a pensare che lo sia già o che lo possa diventare.

Per me Alessandro è il bambino fenomenale che sorprende tutti con la sua intelligenza, che non sa stare fermo e che va a sbattere ovunque perché ha il bisogno di scoprire il mondo osservandolo da fuori e soprattutto smontandolo per vedere com’è fatto dentro. Lui è il bambino che rifiuta ogni coccola e che ama apparire spavaldo, ma che ha dentro un’anima così profonda e ricettiva che proprio lui, molto più di altri bambini, ha bisogno di amore, comprensione e protezione. Così forte e insieme così fragile, mi dico che crescerà e diventerà l’uomo che sarà anche grazie a questo suo percorso difficile.

E infine, più di ogni altra cosa, Alessandro è colui che ha capovolto la prospettiva della mia vita e che mi sta insegnando a lottare, ad arrabbiarmi, a prendere a spallate la vita e anche ad amare il diverso da me. Anche quando sono spaventata e mi sento sola, quando l’istinto a fuggire sembra prevalere, lui mi costringe a restare. Perché io sono la sua mamma e se lui è capitato proprio a me, significa che sono quella giusta per lui.

Con questo blog vorrei arrivare a tutti i genitori di bambini speciali che, come me, si sono sentiti isolati e abbandonati contro un mondo che non sembrava avere posto per loro e per i loro figli. Inoltre, vorrei che i genitori di bambini senza questi problemi riuscissero a capire un po’ di più com’è fatta la nostra quotidianità e che, astenendosi dal giudizio, provassero a mettersi nei nostri panni e a chiedersi in modo sincero: “io avrei saputo fare diversamente?”.

Spero di rompere quei muri, spero di trovare qui il mio rifugio sicuro, spero che scrivere mi aiuti a ritrovare la bussola quando non so più se la direzione è giusta. Perché di una cosa sono certa: se mamma e papà sono sereni e fiduciosi, anche Alessandro sta bene.